Atti di indirizzo e controllo parlamentare. Il ruolo di Federalimentare

federalimentare

Tra le funzioni che rilevano in sede parlamentare, occupa uno spazio significativo quella che si sostanzia nel potere esercitato dalle Camere nei confronti del Governo attraverso atti di controllo e d’ indirizzo.

Apposita rubrica sarà riservata ai soggetti privati, rappresentativi e portatori d’ interessi a livello nazionale, in materia agricola e agro-industriale, richiamati comunque nel cosiddetto sindacato ispettivo.

Cominciamo dalla FEDERALIMENTARE, la quale, a detta della stessa, è la Federazione (aderente a Confindustria) che, con le sue sedici Associazioni di categoria e due Associazioni aggregate, rappresenta e tutela l’ industria alimentare in Italia, seconda industria manifatturiera del Paese dopo quella metalmeccanica.

Al 7 gennaio 2016 sono tre, per vero già abbastanza datati, i documenti del genere di quelli in precedenza richiamati, dei quali due giacenti alla Camera e uno al Senato. Il loro iter è iniziato ma non si è ancora concluso, dato ma non concesso che il Governo assolva una volta o l’ altra al suo dovere istituzionale di rispondere in tempi ragionevoli ai quesiti posti.

La prima (C5-01546) è una risposta in Commissione Agricoltura della Camera, presentata da Mino Taricco (PD) e altri il 21.11.2013 e rivolta al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali.

L’ argomento è l’ annosa questione delle quote latte, introdotte da regolamenti comunitari e infine cessate dal 1° aprile 2015. Quote introdotte dalla CEE nel 1984 per contrastare la caduta dei prezzi del latte in tutta Europa, ponendo, a tale fine, un tetto alla produzione per ogni Stato europeo: limite stabilito con riferimento alle stime di produzione dell’ epoca. Stime che furono del tutto approssimative, talché la quota decisa per l’ Italia fu di gran lunga inferiore rispetto allo stato reale della produzione. Il comportamento dei Ministri del nostro Paese dell’ epoca competenti per materia è risultato inadeguato rispetto alle sempre più pressanti esigenze del comparto agricolo interessato: non si è saputo valutare realisticamente le conseguenze delle pesanti sanzioni da infliggere ai produttori che avessero sforato il tetto massimo della quantità di latte da produrre. Le multe sono venute crescendo nel tempo senza essere in larga misura onorate. Secondo l’ interrogante, siamo nel novembre 2013, si sarebbe aperto un nuovo capitolo sulla vicenda, dopo la richiesta alla procura da parte del giudice per le indagini preliminari di Roma di valutare l’ apertura di una nuova inchiesta a carico dei funzionari dell’ Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), ipotizzando a loro carico il reato di falso in atto pubblico riguardo alla gestione delle quote latte.

Nell’ interrogazione si richiama un documento del 30 giugno 2010 che il Ministro delle Politiche agricole pro tempore scrissero alle organizzazioni agricole e cooperative, alle regioni e a Federalimentare . Si faceva presente, conclusivamente che nessun elemento oggettivo potesse supportare l’ ipotesi che si fosse verificata, nell’ ambito dell’ applicazione del regime delle quote latte, un’ errata quantificazione della produzione nazionale.

Ad avviso degli onorevoli interroganti la riapertura dell’ inchiesta riporterebbe quindi la questione delle quote latte al centro della scena politica e istituzionale rendendo decisivo accertare la veridicità della tesi addotta. Rebus sic stantibus è necessario fare chiarezza su questa vicenda per non rischiare di pregiudicare la credibilità dello Stato di diritto dell’ Italia e di penalizzare coloro che a tale Stato si sono affidati. Ne consegue che il Governo dica una buona volta quali siano i dati certi e veritieri in relazione alla produzione di latte a livello nazionale per quanto attiene ai periodi di produzione indicati nell’ inchiesta del Gip di Roma e quale sia la posizione del Ministro delle Politiche agricole a riguardo.

Si pone in termini generali (libera circolazione delle merci, diritto alla salute) e specifici (succhi di frutta) l’ interrogazione a risposta scritta S4-02361 presentata al Senato da Pietro Liuzzi (FI-Il popolo della libertà) il 19.06.2014 e rivolta al Ministro della Salute.

Nella premessa l’ interrogante senatore richiama la normativa recante disposizioni concernenti il contenuto minimo di frutta nelle bevande analcoliche e di fantasia. In particolare è stato stabilito che le bibite analcoliche, vendute con il nome di uno o più frutta a succo (quali l’ uva, l’ arancio, il limone, il mandarino, la ciliegia, il lampone, la pesca e simili) o recanti denominazioni che a tali frutti si richiamino, devono essere commercializzate con un contenuto di succo naturale non inferiore al 20 per cento (prima se ne fissava il contenuto in una quantità non inferiore a 12 grammi per 100 centimetri cubi). Il legislatore è intervenuto sulla preparazione delle bevande analcoliche con denominazioni di fantasia, prevedendo che la colorazione sia consentita solo se le stesse contengano succo di agrumi almeno nella misura del 20 per cento (la normativa precedente prevedeva la percentuale del 12 per cento); e differendo l’ entrata in vigore delle precedenti disposizioni al nono mese successivo alla data di entrata in vigore della legge, subordinando la stessa al perfezionamento della procedura di notifica alla Commissione europea, disponendo che le scorte prodotte antecedentemente la data di entrata in vigore del nuovo obbligo potessero essere commercializzate entro gli otto mesi successivi alla medesima data.

In seguito, esattamente il 5 marzo 2013, la Commissione europea ha richiesto talune informazioni alle autorità italiane riguardo alla normativa, rilevando che le nuove regole sono state introdotte in violazione della procedura di notifica di cui alla direttiva 98/34/UE, perché la misura notificata fosse riferita esclusivamente alle bibite analcoliche con il nome di uno o più frutti e non quelle di fantasia a base di agrumi, introdotte durante l’ esame parlamentare del decreto, e che, comunque, non è stata disposta la sospensione di tre mesi dell’ efficacia delle disposizioni. La Commissione europea ha osservato inoltre che le restrizioni alla libera circolazione delle merci, in assenza di regole armonizzate a livello europeo, possa essere giustificata solo per motivi d’ interesse pubblico, quali la tutela della salute e la vita delle persone; in tal caso occorre supportare le argomentazioni a favore dell’ introduzione della misura con evidenze scientifiche che, nell’ occasione, non sono state prodotte. La normativa fa riferimento al succo naturale, senza più far riferimento alle altre alternative di succo “concentrato”, “liofilizzato” o “sciroppato”, con un’ indebita limitazione della materia prima utilizzabile, non riscontrabile nella normativa europea di riferimento. Nel corso dell’ iter del disegno di legge recante la legge europea veniva introdotto un articolo per risolvere adeguatamente a quanto eccepito in sede comunitaria.

In questa fase il presidente di Federalimentare ebbe a stigmatizzare l’ iniziativa, definendo “dannosa” l’ introduzione di vincoli e divieti circoscritti solo a chi produce in Italia, che avrebbe penalizzato la competitività italiana, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro fra diretti e indotto.

L’ interrogante, quando il provvedimento era ancora all’ esame della Camera, chiedeva fossero prese iniziative volte alla tutela e alla salvaguardia dei prodotti italiani e del made in Italy .

In ogni caso la questione sembra chiusa con l’ approvazione dell’ articolo 17 della l egge (“ Disposizioni per l’ adempimento degli obblighi derivanti dall’ appartenenza dell’ Italia all’ Unione europea – Legge europea 2013-bis”). L’ articolo 17 è rubricato “ Disposizioni in materia di bevande a base di succo”.

Detto articolo reca una nuova disciplina sulla produzione di bevande vendute con il nome dell’ arancia a succo, al fine di far fronte ai rilievi mossi dalla Commissione europea (caso EU Pilot n.4738/13/ENTR) sulla disciplina contenuta nei commi 16, 16-bis e 16-ter dell’ art. 8 del D.L. 158/2012, in base ai quali le bevande analcoliche con il nome di uno o più frutti devono essere commercializzate con un contenuto di succo naturale non inferiore al 20%. La Commissione europea ha rilevato, al riguardo, che l’ Italia non avrebbe dato giustificazione dei motivi legati all’ introduzione di una misura come quella in esame che restringe la libera circolazione delle merci, e, in assenza di regole armonizzate a livello europeo, può essere giustificata solo per motivi d’ interesse pubblico, quali la tutela della salute e la vita delle persone. In tal caso sarebbe stato necessario supportare le argomentazioni a favore dell’ introduzione della misura con evidenze scientifiche che, nell’ occasione, non sono state prodotte. La normativa introdotta, inoltre, fa riferimento al succo naturale, senz’ altro richiamare le altre alternative di succo “concentrato”, “liofilizzato” o “sciroppato”, con un’ indebita limitazione della materia prima utilizzabile, non riscontrabile nella normativa europea di riferimento (direttiva 2001/112/UE).

Per rispondere ai rilievi formulati, è stata, quindi, introdotta una nuova formulazione del divieto prevedendo che le bevande a base di succo di arancia non possano essere commercializzate qualora la quantità di succo sia inferiore a 20 gr per 100 cc. Tale limite si applica esclusivamente alle bevande commercializzate nel mercato nazionale; ne sono escluse quelle destinate al mercato degli altri Stati dell’ Unione europea o degli altri Stati contraenti l’ Accordo sullo spazio economico europeo, nonché, quelle verso Paesi terzi. Il limite inerente al contenuto minimo di succo di arancia trova applicazione a decorrere dal dodicesimo mese successivo al perfezionamento, con esito positivo, della procedura di notifica alla Commissione europea.

Terzo e ultimo atto: l’ interrogazione a risposta scritta C4-06397 presentata il 15.10.2014 alla Camera da Chiara Gagnarli (Movimento 5 Stelle) e altri al Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali.

Nelle premesse i deputati interroganti citano elaborazioni di Federalimentare su dati Istat in base ai quali l’ industria agroalimentare italiana, che compra e trasforma il 72 per cento delle materie prime agricole nazionali, è la seconda del Paese dopo la metalmeccanica. Con un fatturato che nel 2012 si è attestato su 130 miliardi di euro e un trend di crescita del 2-3 per cento tra il 2010 e il 2012, è un comparto trainante dell’ economia italiana, in grado di offrire al consumatore prodotti competitivi e garantiti in termini di sicurezza, gusto e qualità. Entrando nello specifico e riportando altresì notizie diffuse dalla stampa, si apprende, che la Toscana è per il mercato cinese la nuova grande piazza dell’ export agroalimentare: il boom vale +37 per cento rispetto all’ anno scorso (vale a dire il 2013), con grandi potenzialità di crescita, posto che la quota di esportazioni dirette verso la Cina è ancora molto limitata (5 per cento) rispetto ad altre nazioni e aree geografiche. Si apprende tuttavia che il Gruppo cinese Yimin , una sussidiaria del gruppo Bright Food , ha siglato un accordo per acquisire dalla famiglia Fontana un pacchetto di maggioranza del gruppo oleario toscano Salov, proprietario dei marchi Sagra e Filippo Berio. La transazione prevede che il colosso del comparto alimentare di Shanghai, con un giro d’ affari di 17,3 miliardi di dollari, subentri nel controllo della Salov agli storici azionisti della famiglia Fontana, che tuttavia mantiene quote di minoranza;
Bright Food è il secondo gruppo alimentare cinese per dimensioni. Il Gruppo Salov è specializzato nella produzione e vendita di olio di oliva, olio di semi e prodotti correlati in oltre sessanta Paesi, è leader di mercato negli Stati Uniti e Regno Unito e genera un giro d’ affari di 330 milioni di euro. Con questa operazione del Gruppo cinese Yimin e dopo l’ acquisizione di Bertolli, Carapelli e Sasso da parte del fondo statunitense “Cvc Capital Partners”, l’ olio di oliva made in Italy diventa sempre più straniero. Coldiretti stima che il valore dei marchi storici dell’ agroalimentare italiano passati in mani straniere dall’ inizio della crisi supera i dieci miliardi di euro. Inoltre Unaprol ha dichiarato, a margine della vendita della maggioranza del gruppo toscano Salov, che nel mercato dell’ olio di oliva e in quello dell’ extravergine in particolare, spaventa l’ assenza di regole certe in un quadro normativo obsoleto e non coerente con le richieste di maggiore trasparenza da parte dei consumatori e delle imprese del settore. Il fatto che gruppi stranieri siano interessati all’ acquisto di marchi storici del made in Italy agroalimentare è la conferma che l’ italianità dei marchi italiani paga e dà frutti, ma solo per chi ha un progetto strategico che l’ Italia fa fatica a elaborare. Ciò premesso appare evidente che in un mercato libero non si possono alzare barriere doganali ad oltranza. Tuttavia il legislatore potrebbe stabilire regole comuni e condivise. Oggi il quadro delle norme che regolano la commercializzazione di questo prodotto è leggermente più chiaro, ma solo per il mercato europeo. Fuori dall’ Europa le norme sono molto diverse e non risulta ci sia un’ operazione di coordinamento tra normative. In base a quanto esposto gli interroganti chiedono al Ministro competente se non ritenga opportuno farsi promotore di una proposta che impegni le Istituzioni europee ad assumere iniziative per pervenire a un coordinamento delle normative internazionali in materia di commercializzazione dell’ olio di oliva e di quello dell’ extravergine in particolare, al fine di una maggiore tutela del made in Italy agroalimentare.

Bruno Nobile

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