Dichiarazione nutrizionale, l’esenzione alle micro-imprese deve valere anche per l’ecommerce. Ecco perché

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I Ministeri dello Sviluppo Economico (MISE) e della Salute, con una tardiva circolare del 16 novembre (vedi articolo precedente) hanno provato a chiarire i criteri per l’esenzione delle microimprese dall’obbligo di apporre la tabella nutrizionale. Ricordando che, a decorrere dal 13 dicembre 2016, la tabella nutrizionale sarà obbligatoria sulla gran parte degli alimenti preimballati (reg. UE 1169/2011, art. 9.1.l).

Vale la pena ricordare che a tutt’oggi la violazione di tali norme è priva di regime sanzionatorio (poiché la c.d. “circolare ponte”, Applicazione dell’articolo 18, in materia di sanzioni, del Decreto Legislativo 27 gennaio 1992, n. 109 alle violazioni delle disposizioni del regolamento (UE) n. 1169/2011, è palesemente inapplicabile). Tale circolare ha perciò un solo valore indicativo e di coordinamento tra Operatori della Sicurezza Alimentare (OSA) e autorità di controllo.

L’interpretazione ministeriale appare tuttavia in alcuni passaggi eccessivamente rigorosa, seppure relativamente indeterminata, e talora in conflitto con i criteri definiti nel regolamento ‘Food Information to Consumer’, che rimane una fonte di diritto superiore e perciò inderogabile.

Igiene degli alimenti o informazione nutrizionale?

In particolare, risulta erronea l’interpretazione analogica dell’esenzione, operata con riferimento alla precedente normativa sull’igiene degli alimenti di origine animale (reg. CE 853/2004).

Il regolamento UE 1169/11, infatti, prevede la deroga dall’obbligo di tabella nutrizionale per “gli alimenti, anche confezionati in maniera artigianale, forniti direttamente dal fabbricante di piccole quantità di prodotti al consumatore finale o a strutture locali di vendita al dettaglio (si noti bene la disgiunzione di periodo, ndr) che forniscono direttamente al consumatore finale.”

Un contesto del tutto diverso da quello di vendita di piccole quantità in ambito locale, a suo tempo previsto nel Pacchetto Igiene (reg. CE 853/2004, 854/2004).

La ratio di una ben più stringente deroga in ambito sanitario era infatti quella di mitigare i rischi legatin alla vendita diretta di prodotti di origine animale, tenuto conto delle problematiche specifiche legate alla loro vulnerabilità intrinseca.

Nel richiamare il “livello locale delle strutture di vendita” previsto nel Pacchetto Igiene, i ministeri hanno sviluppato un concetto di dubbia compatilità con la norma europea oggetto della interpretazione in esame (reg. UE 1169/11).

A ben vedere, non esiste infatti alcuna interpretazione a livello europeo che definisca la presenza di un “livello locale” riferibile alla vendita diretta, né la sua delimitazione spaziale.

E anzi, ove tale lettura mai emergesse, essa risulterebbe in palese contrasto con la fonte normativa primaria. Poiché il regolamento UE 1169/11 è chiarissimo nell’affermare che la vendita diretta tra produttore e consumatore dovrebbe essere sempre esente da obbligo di tabella nutrizionale (purché ricorrano i requisiti individuali del ‘fabbricante di piccole quantità’).

Ne consegue che la vendita a distanza, anche tramite e-commerce, così come la vendita diretta nell’ambito di fiere di artigiani e produttori agricoli al di fuori della propria regione (con banchi mobili o simili), debba sempre venire considerata esente, purché appunto ricorra il requisito della vendita diretta e senza intermediazioni (essendo questo l’unico requisito richiesto dal legislatore europeo).

Quanto alle “strutture locali di vendita”, il “livello locale” viene riferito alle strutture stesse (es. trattorie, ristoranti, dettaglio tradizionale, ma anche GDO), sì da equiparare le stesse alla “vendita diretta”.

Quanto sopra merita effettivo chiarimento da parte della nostra amministrazione, in nome della certezza del diritto, vieppiù necessaria in un settore produttivo - l’agroalimentare italiano – che ha bisogno di ali, più che di zavorre.

Dario Dongo

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