Quali misure per la difesa del grano duro prodotto in Italia

grano-duro

La crisi del mercato cerealicolo. La crisi di mercato in cui versa il settore del grano italiano comporta l’onere di riorganizzare la filiera per un corretto rapporto tra domanda e offerta del prodotto, ora soggetto alle fluttuazioni del mercato internazionale, con forte penalizzazione dell’offerta interna, ricorrendo alla Commissione unica nazionale (CUN) per attivare gli strumenti per la definizione di un prezzo equo del grano tra produttori e industria della trasformazione.
In Commissione Agricoltura della Camera sono state discusse congiuntamente quattro risoluzioni (1) sollecitanti iniziative per la tutela del settore del grano duro (2).
Al termine dell’esame (28 settembre 2016) sono state approvate due risoluzioni (3).
I quattro atti di indirizzo toccano diversi aspetti e problemi intorno a questo cerale: il suo approvvigionamento, la cerealicoltura in generale, la formazione e la fissazione dei prezzi, il mercato comunitario, l’importazione, la politica agricola comune, il sostegno agricolo, il sostegno dei prezzi, il regime di aiuto, la politica della PAC.
Secondo COLDIRETTI i valori sono ormai di sotto ai costi di produzione; flessioni dovute alla mancanza di norme che regolino il mercato e alle importazioni speculative.
Per CONFAGRICOLTURA pesa anche l’insufficiente capacità di stoccaggio. Il risultato, comunque, è che dal grano al pane i prezzi aumentano del 1.450%.
In realtà sono mutate le necessità dell’industria del pane e della pasta. Il prezzo, fra l’altro, è definito da un mercato globale in un contesto internazionale instabile.
Le quotazioni dei prodotti agricoli – sottolinea la COLDIRETTI – dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie speculative che trovano nel Chicago Board of Trade (4) il punto di riferimento del commercio mondiale delle materie prime agricole su cui chiunque può investire anche con contratti derivati. Il risultato è che oggi il grano duro per la pasta è pagato anche diciotto centesimi il chilo mentre quello tenero per il pane è sceso addirittura ai sedici centesimi il chilo, su valori di sotto i costi di produzione che mettono a rischio il futuro del granaio Italia. In pericolo – precisa la COLDIRETTI – non ci sono solo la produzione di grano e la vita di oltre trecentomila aziende agricole che lo coltivano ma anche un territorio di due milioni di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione Made in Italy.
Conclude COLDIRETTI: “Dai campi agli scaffali ci sono dunque margini da recuperare per non far chiudere le aziende agricole e non pesare su un sistema produttivo che ha bisogno del Made in Italy per essere credibile sui mercati nazionali ed esteri” ha affermato il presidente della COLDIRETTI Roberto Moncalvo nel rilevare che “occorre investire nella programmazione strutturale per non perdere definitivamente il patrimonio di qualità e biodiversità dei grani italiani che rappresenta il valore aggiunto della produzione nazionale.”
Quanto all’AIDEPI (l’Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) in un dossier reso pubblico e dal titolo “Grano duro e pasta: il punto di vista dei pastai italiani (Verità oltre gli slogan)” afferma: si utilizza il grano duro estero per fare la pasta, perché quello nazionale non è sufficiente. Così prosegue il ragionamento dell’Associazione: il grano estero non è preferito per risparmiare, dacché spesso costa anche di più di quello nazionale. L’industria della pasta italiana importa da sempre grano duro dall’estero; non si è stati mai stati autosufficienti e il ruolo di leader mondiali del mercato della pasta dell’Italia ci ha posto, da sempre, tra i Paesi con maggiore fabbisogno di questa materia prima. Quanto alla sicurezza, tra grano nazionale ed estero non c’è differenza. Entrambi sono controllati da molte istituzioni pubbliche e dagli stessi produttori di pasta, prima d’immetterli nel proprio ciclo produttivo. La contrapposizione tra grani antichi e moderni non ha senso: la storia del grano è fatta di convivenza e commistione tra specie precedenti e nuove varietà. L’indice di glutine del grano moderno non è diverso da quello di altre varietà di grano coltivate in Italia ab immemorabili. Non esistono evidenze scientifiche sul fatto che l’aumento di celiachia e disturbi correlati sia dovuto al troppo glutine presente nei grani moderni. Da ultimo, per tre italiani su dieci una dieta senza glutine fa dimagrire: ma è vero il contrario.

L’esame in Commissione. La discussione in Commissione Agricoltura della Camera della prima risoluzione presentata, la 7-00987 Mongiello (PD) sulle iniziative per la tutela del settore del grano duro, ha avuto inizio il 6 giugno 2016. Nel prosieguo dell’esame si sono aggiunte altre tre risoluzioni, che muovono tutte dalla considerazione dell’attuale crisi di mercato in cui versa il settore del grano italiano e la necessità di organizzare la filiera al fine di perseguire un corretto rapporto tra domanda e offerta del prodotto, altrimenti soggetto alle fluttuazioni del mercato internazionale, con forte penalizzazione dell’offerta nazionale.
Peraltro è stato ricordato, nel corso del dibattito, che il Governo ha assunto l’impegno di intervenire sia sulle crisi di prezzo sia sulle manovre speculative che agiscono sul settore, rispondendo (5) presso la stessa Commissione il 3 febbraio 2016 all’interrogazione n. 5-07954, presentata da Gallinella (M5S), quando affermò che era in corso di predisposizione un decreto sui criteri di riconoscimento delle organizzazioni dei produttori (OP).
Dall’altro parlamentare del M5S (L’Abbate) è stato fatto presente che il Governo ha a disposizione anche lo strumento della Commissione unica nazionale (CUN) per attivare gli strumenti per la definizione di un prezzo equo del grano tra produttori e industria della trasformazione.
Dopo la pausa estiva la Commissione, considerato che il settore cerealicolo del grano duro versa da tempo in una situazione di emergenza e che vi è quindi la necessità di intervenire in maniera tempestiva, stringe i tempi per arrivare a un testo condiviso.
Emerge altresì la necessità di accelerare i tempi di esame e approvare uno o più atti d’indirizzo per l’’Esecutivo in tempi brevi, anche per evitare che la Commissione si trovi ad approvare una o più risoluzioni successivamente all’adozione del piano cerealicolo nazionale da parte del Governo, cosa che priverebbe di significato le risoluzioni medesime.

Audizioni. La Commissione Agricoltura ha svolto una serie di audizioni informali (pertanto non resocontate) nell’ambito della discussione congiunta delle risoluzioni sulle iniziative per la tutela del settore del grano duro. Sono stati ascoltati rappresentanti delle organizzazioni agricole AGRINSIEME (Confagricoltura, Cia, Copagri, Alleanza delle cooperative italiane-agroalimentare), COLDIRETTI, UE COOP e UNCI; dell’Associazione industrie del dolce e della pasta (AIDEPI, dell’Associazione industriali mugnai d’Italia, della Federazione italiana movimenti agricoli (FIMA), di FEDERBIO, di Giuseppe De Mastro, professore associato in Coltivazioni erbacee presso la Facoltà di Agraria di Bari, e Laura Ercoli, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee presso la Scuola universitaria superiore Sant’Anna di Pisa; rappresentanti del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA) .
Il 2 agosto 2016 il CREA ha consegnato agli atti della Commissione Agricoltura della Camera un puntuale e aggiornato documento, a cura di Nicola Pecchioni, direttore del Centro di ricerca per la cerealicoltura di Foggia, documento contenente “Considerazioni (…) sulla qualità del grano italiano, con particolare riferimento al contenuto proteico”. Le riflessioni ivi contenute attengono al contesto internazionale della coltivazione del grano duro, alla situazione italiana e alla leadership nella produzione di pasta, al contenuto proteico correlato al mercato internazionale, ai fattori che influenzano la qualità del grano duro, ai vari aspetti della qualità del grano duro (tracciabilità, rintracciabilità, requisiti igienico-sanitari), all’attività di servizio per valorizzare la filiera del grano duro italiano alle sfide della ricerca in questo settore.
Nelle “Considerazioni conclusive” del documento si evidenzia che “ il mantenimento di una cerealicoltura competitiva è particolarmente problematico per l’Italia per la nota debolezza strutturale e organizzativa. Tuttavia, il rilancio della filiera semenziera, attraverso il ricorso a una strategia di ricerca e sviluppo innovativa (R&S) con il concorso della ricerca pubblica e di quella privata intorno ad un obiettivo comune, rappresenta una vera opportunità per sostenere lo sviluppo del settore e superare le criticità. Un impegno di ricerca in questo settore potrebbe avere effetti trainanti sull’intero comparto agricolo, tenuto conto della rilevanza economica e della superficie investita a cereali nel nostro Paese.
Nello specifico una concreta e incisiva azione di R&S potrebbe:
1) tutelare la produttività e valorizzare ulteriormente la qualità e il legame territoriale delle produzioni Made in Italy;
2) salvaguardare la professionalità e le strutture non solo delle aziende semenziere, ma anche degli agricoltori, così come mantenere a coltura importanti superfici destinate alla produzione del seme certificato;
3) assicurare la tracciabilità delle produzioni, che non può che avere origine dall’uso di sementi certificate. L’impiego di sementi certificate ha richiamato negli ultimi decenni l’interesse della ricerca pubblica e privata verso il settore cerealicolo, con la costituzione di numerose nuove varietà dotate di caratteristiche di pregio sia sotto gli aspetti qualitativi, per la produzione di pane e pasta (proteine, glutine, colore, ecc.), sia sotto quelli produttivi, come dimostrano i dati poliennali sulle rese, raddoppiate rispetto agli anni sessanta; tale incremento è da imputare, oltre al perfezionamento della tecnica colturale, soprattutto, al miglioramento genetico. L’uso di sementi certificate, attraverso il pagamento delle royalties ai costitutori, ha contribuito in modo determinante a sostenere i costi dell’attività di breeding “ (una piattaforma digitale gratuita che permette il trasferimento e la distribuzione dei generi alimentari in eccesso verso chi ne ha più bisogno) “e, più in generale, al miglioramento qualitativo e quantitativo della produzione nazionale disponibile per l’industria di trasformazione. L’esclusione dell’obbligatorietà d’impiego del seme certificato ha un impatto negativo sull’intera filiera cerealicola e sul settore semenziero in particolare, compromettendone la competitività, con rischi di ridimensionamento del comparto e di un’ulteriore perdita di competitività. Il decadimento delle caratteristiche quantitative e qualitative indotto dal mancato impiego di sementi certificate renderà le produzioni non rispondenti alle richieste dall’industria di trasformazione, con il conseguente deprezzamento delle produzioni nazionali e un maggiore ricorso a importazioni di granella estera. Il mancato impiego di seme certificato comporterà, inoltre, ripercussioni negative anche sulle strategie di valorizzazione dei prodotti trasformati, con l’impossibilità di assicurare la tracciabilità e la rintracciabilità e valorizzare le produzioni cerealicole nazionali. Nel nostro Paese si assiste a una logica di disinvestimento nel seme da parte delle aziende agrarie, che in molti casi rivendicano il diritto di risemina e una ritrosia al riconoscimento dei diritti del costitutore, evitando così l’acquisto di seme certificato (il cui maggiore costo, rispetto al seme non certificato, è quantificabile in circa 25 € per ettaro ha per effetto dei costi di selezione).
Merita riflettere brevemente sulle sorti di un altro paese, la Francia, che ha fatto degli accordi interprofessionali, dell’organizzazione in classi qualitative, dello stoccaggio differenziato e della ricerca avanzata, dei veri e propri pilastri del proprio sistema cerealicolo. In Francia la ricerca di nuove varietà non si sostiene con il solo pagamento delle cosiddette Royalties o con il finanziamento pubblico, ma con il ruolo attivo degli agricoltori che versano una tassa, la cosiddetta CVO (Contribution Volontaire Obligatoire), di 0,7 €/tonnellata di grano raccolto e conferito al centro di stoccaggio. Con questo intervento sono stati raccolti nel solo 2015 circa ventitré mln di euro, dei quali 1) 11 milioni di euro sono stati ridistribuisti agli agricoltori che avevano fatto uso di semente certificata, 2) circa 12 milioni di euro sono stati destinati alle aziende semenziere per la ricerca privata di nuove varietà, e 3) circa 2 milioni di euro sono stati destinati alla ricerca pubblica per il supporto allo sviluppo di nuove varietà.
Pertanto sarebbe auspicabile, anche in Italia, attivare accordi interprofessionali in grado di puntare a un più alto grado d’innovazione di prodotto, con la ricerca varietale e agronomica, e al potenziamento delle strategie di stoccaggio, trasformazione e commercializzazione”.

Conclusione del dibattito svoltosi presso la Commissione Agricoltura della Camera sul grano duro.
Nella seduta risolutiva del 28 settembre vengono ritirate da Monica Faenzi la risoluzione 7-01054 e da Adriano Zaccagnini la 7-01068 i quali sottoscrivono la risoluzione Mongiello redatta in una nuova formulazione, che accoglie le indicazioni contenute nelle due citate risoluzioni.
Interviene quindi il Sottosegretario Castiglione che accetta entrambe le due residue risoluzioni, purché riformulate in alcune parti della motivazione e della dispositiva. Mongiello e l’Abate Colomba dichiarano di accettare le riformulazioni proposte dal Governo.
Al termine La Commissione approva la risoluzione Mongiello 7-00987 come riformulata, che assume il numero 8-00201 e, infine, la risoluzione L’Abbate 7-01045 come riformulata, che assume il numero 8-00202.

Le parti dispositive delle due risoluzioni approvate.
La risoluzione Mongiello impegna il Governo:
a promuovere meccanismi che garantiscano la tracciabilità e l’indicazione dell’origine nella commercializzazione dei prodotti a base cerealicola, segnatamente della pasta di grano duro, capace di tutelare le scelte del consumatore e fornirgli garanzie sulla vera origine delle materie prime utilizzate, quali il frumento, la fecola e la farina;
a intraprendere ogni più utile iniziativa volta a tutelare gli agricoltori operanti nel settore dei cereali e a valorizzare il grano di origine italiana, anche attraverso misure dirette a:
a) incrementare la produzione nazionale senza accrescere la pressione sulle risorse ambientali, attraverso la razionalizzazione della coltivazione delle varietà tradizionali di pregio e lo studio di sistemi colturali in grado di conciliare la sostenibilità ambientale con quella economica;
b) sostenere e promuovere attività di ricerca per implementare e migliorare la produttività delle colture cerealicole, segnatamente del grano duro e le relative rese proteiche;
c) sostenere e incentivare l’aggregazione e l’organizzazione economica della filiera del grano, anche alla luce delle novità contenute nella nuova OCM unica di cui al regolamento (UE) n. 1308/2013 che introduce lo strumento della contrattualizzazione tra produttori cerealicoli e acquirenti industriali e commerciali ponendo le basi per la rivisitazione e il rilancio del sistema delle organizzazioni di produttori (OP) e degli organismi interprofessionali (OI);
d) adeguare il sistema della ricerca verso le reali necessità della produzione in termini di genetica, di lotta ai patogeni e di tecniche di coltivazione a maggiore resa;
e) favorire la nascita di un piano proteico nazionale;
f) stimolare l’ottimizzazione delle strutture logistiche per migliorare i trasporti del prodotto, la buona conservazione della materia prima e la diffusione competitiva sul territorio di centri di stoccaggio, così da assicurare al meglio anche la competitività produttiva e il reddito degli agricoltori;
g) prevedere misure di sostegno in favore degli agricoltori che decidono di effettuare interventi d’innovazione nel settore di produzione dei cereali, segnatamente in quello del grano duro;
Ad assumere ogni più utile e immediata iniziativa per fare fronte alle criticità che sta attraversando il settore del grano duro in Italia, segnatamente nelle regioni del Sud, e in tale ambito, ad attivarsi, per quanto di competenza, affinché si pervenga all’attuazione, con il corredo di un opportuno finanziamento, del piano cerealicolo nazionale vigente e delle relative misure che riguardano la creazione di una relativa filiera di valore, formata dalle imprese produttrici della materia prima e delle industrie di trasformazione delle relative produzioni, anche allo scopo di assicurare la creazione di un sistema organizzato della pasta made in Italy;
ad attivarsi affinché nell’ambito dell’attuazione del predetto piano, o in alternativa attraverso l’assunzione di iniziative specifiche anche di carattere normativo siano attuate specifiche azioni in favore delle regioni vocate del Mezzogiorno finalizzate al rafforzamento della filiera del grano duro.
Quanto alla parte motivazionale si rinvia alla nota in calce. (6)
La risoluzione L’Abbate impegna il Governo a:
a effettuare un eventuale aggiornamento centrato sulla definizione di specifici e singoli interventi ritenuti più consoni per affrontare il carattere emergenziale dell’attuale crisi, anche in relazione alle effettive risorse finanziare disponibili a:
a) assumere iniziative al fine di assicurare all’industria di trasformazione determinati volumi e al produttore la collocazione del proprio prodotto a prezzo congruo e slegato dalle contrattazioni delle borse merci, volte ad incrementare le risorse da destinare al sostegno degli accordi di filiera e ad attivare una Commissione unica nazionale per il mercato dei cereali;
b) assumere iniziative per indirizzare la ricerca verso l’ammodernamento della filiera a partire dal settore semenziero, agricolo e industriale di trasformazione mediante l’attribuzione di risorse dedicate ed il sostegno alla costituzione di gruppi operativi di cui all’articolo 56 del regolamento (UE) n. 1305/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio sul sostegno allo sviluppo rurale da parte del fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale;
c) promuovere la valorizzazione delle produzioni di qualità e salubri e la loro innovazione tramite il trasferimento delle conoscenze della ricerca tecnologica e scientifica;
a destinare specifiche risorse finalizzate alla realizzazione e/o miglioramento d’impianti di stoccaggio, con priorità a quelli gestiti dalle Organizzazioni di produttori e da forme di aggregazione degli agricoltori;
a predisporre adeguati interventi volti a garantire lo stoccaggio differenziato di grano duro, in particolare attraverso la certificazione delle analisi per i principali parametri qualitativi;
al fine di differenziare e valorizzare il prodotto italiano all’origine, a predisporre una griglia di valutazione volta a definire classi di qualità, quale strumento in grado di differenziare le caratteristiche della granella, non solo sulla base dei parametri merceologici come il peso ettolitrico, l’umidità e il contenuto proteico, e reologici, quali le peculiarità del glutine, ma anche sulle base delle caratteristiche chimiche e microbiologiche intese come contenuto di: micotossine, residui di erbicidi quali il glifosato, pesticidi (molto utilizzati nella conservazione post-raccolta), metalli pesanti e radioattività;
a realizzare un adeguato monitoraggio fito-sanitario anche attraverso il campionamento organizzato nelle aree cerealicole.
Quanto alla premessa si rinvia alla nota sottostante. (7)

Bruno Nobile

Note

1 Queste le risoluzioni presentate: C7-00987 Colomba Mongiello (PD) e altri, C7-01045 L’Abbate (M5S), C7-01054 Monica Faenzi (Gruppo Misto) e C7-01068 Adriano Zaccagnini (Sinistra Italiana).

2 Lo sforzo per soddisfare autarchicamente il fabbisogno d’un prodotto, espressione della retorica di regime, evoca la battaglia del grano, cominciata per volere di Benito Mussolini nel 1925 e realizzata sei anni dopo, intesa a intensificare al massimo la produzione di cereali, a scapito tuttavia non soltanto dell’industria zootecnica, ma anche di altre produzioni più redditizie e destinate all’export, come frutta e verdura. Per aspetti folkloristici della vicenda, si rinvia alla Domenica del Corriere del 17 luglio 1938 (Anno XVI dell’E.F.) con l’effigie del Duce del Fascismo mietitore e trebbiatore. Complessivamente il programma (terminato nel 1931) ebbe un apprezzabile successo, nonostante non fosse stata raggiunta al massimo la produzione di cereali, mancando l’obiettivo della completa autosufficienza nel settore alimentare, a scapito tuttavia non soltanto dell’industria zootecnica, ma anche di altre produzioni più redditizie e destinate all’export, come frutta e verdura.

3 Ciascuna Commissione può votare, su proposta di un suo componente, negli affari di propria competenza, per i quali non debba riferire all’Assemblea, risoluzioni dirette a manifestare orientamenti o a definire indirizzi su specifici argomenti. Alle discussioni nelle materie sopra indicate deve essere invitato un rappresentante del Governo (articolo 117 del Regolamento della Camera).

4 Il Chicago Board of Trade è il più vecchio luogo di scambio di futures e di opzioni al mondo.

5 Intervenendo per replicare all’interrogante, il Sottosegretario alle Politiche agricole, Castiglione, fa presente che il Ministero è impegnato nella tutela del reddito di tutti gli agricoltori italiani, a partire dai settori che stanno affrontando crisi di mercato significative. Lo dimostrano le scelte fatte in questi mesi a partire dal taglio della pressione tributaria del 25 per cento, così come la richiesta all’Unione europea di raddoppiare gli aiuti in de minimis per tre anni per i comparti in difficoltà. C’è bisogno allo stesso tempo di affrontare nodi strutturali, in primis la questione organizzativa della produzione. Proprio sotto questo profilo l’obiettivo di stimolare l’aggregazione nel settore cerealicolo è sempre stato prioritario nelle politiche del Ministero, come possono dimostrare sia i contratti di filiera sostenuti finanziariamente finora sia l’approvazione e il finanziamento dello specifico Piano di settore. Consapevoli delle necessità dei cerealicoltori negli ultimi anni abbiamo impegnato oltre 10 milioni di euro per la realizzazione di azioni concrete e specifiche per il settore cerealicolo. Il Piano di settore è stato concordato nell’ambito dello specifico Tavolo di filiera dove le Organizzazioni presenti hanno cooperato nella definizione e nella realizzazione degli specifici interventi programmati. Tra questi un ruolo importante è ricoperto dalla Rete Qualità Cereali nonché le diverse azioni di stimolo per la nascita di una rete professionale degli operatori, centrati sulla qualificazione dei lotti dei prodotti cerealicoli e sulla creazione di un sistema certificato attestante lo specifico livello qualitativo delle partite. Positive sono state le attività d’indagine delle strutture di stoccaggio del settore, i cui risultati sono stati posti all’attenzione delle Regioni perché ne tenessero conto in fase di elaborazione dei bandi dei prossimi PSR. È in fase di predisposizione un decreto sui criteri di riconoscimento delle OP che evidenzia un ruolo propulsivo per le forme organizzate del settore cerealicolo, richiamando il loro decisivo ruolo nelle relazioni contrattuali. In questo modo, auspichiamo che gli operatori del settore possano creare una filiera molto più integrata all’interno della quale conseguire risultati come la valorizzazione del prodotto nazionale, la sua qualificazione e soprattutto una stabilizzazione del prezzo.

6 Questa la parte espositiva: La XIII Commissione, premesso che: negli ultimi anni la redditività delle produzioni di grano duro in Italia si è costantemente ridotta con prezzi di vendita del prodotto sempre più bassi per gli agricoltori e costi di produzione sul campo in progressiva salita; nello stesso tempo, il mercato globale del grano duro si sta caratterizzando anche e soprattutto per le difficoltà di approvvigionamento di prodotto di qualità; l’Italia, a causa della sua dipendenza dall’estero per il proprio fabbisogno di grano duro, sta risentendo, più di ogni altro Paese, dello squilibro internazionale dei mercati cerealicoli, manifestando pertanto la sua particolare vulnerabilità nel settore; la dipendenza italiana dai mercati esteri è legata, oltre che all’insufficiente offerta nazionale, anche alla possibilità di poter disporre di forniture che si caratterizzano sia per una qualità omogenea che per la costanza nel tempo; il settore cerealicolo del grano duro italiano ha una complessità e una valenza strategica che emerge facilmente quando si valutano: la complessa articolazione della filiera; la primaria importanza nell’alimentazione, qualificandosi come matrice originaria del nostro made in Italy più tipico: la pasta, la pizza, i dolci tipici; il ruolo e il peso dell’industria e dell’artigianato a valle del sistema produttivo primario; il ruolo agronomico-paesaggistico derivante dal carattere estensivo delle colture, con una ricaduta ambientale non marginalizzabile; il frumento duro è destinato in misura pressoché totale all’alimentazione umana e, nel nostro Paese, in particolare alla produzione di semola per paste alimentari. Il prodotto pasta riveste grande importanza sia per i consumi interni (consumo pro capite in Italia: 28 kg annui) che per l’export, che assorbe circa il 50 per cento della produzione. Partecipano a questa filiera: le ditte semenziere e le aziende di moltiplicazione; le imprese agricole di produzione; gli stoccatori cooperativi e privati (soprattutto al Sud), consorzi agrari (nel Centro-Nord); i semolifici e i pastifici; è notevole la dipendenza dell’industria molitoria e pastaia dalle importazioni. Su un fabbisogno annuo di poco più di 5 milioni di tonnellate, più di 2 milioni (35 per cento) devono essere importate dall’estero, per lo più da Paesi terzi appartenenti all’area del dollaro; le importazioni non riguardano solamente il prodotto base, quanto soprattutto il grano duro per fabbisogni tecnici: il livello qualitativo, che nel frumento duro si esprime soprattutto in termini di percentuale di proteine, è nel nostro Paese spesso insufficiente per soddisfare i requisiti richiesti dalla normativa per la qualità della semola; l’industria molitoria utilizza annualmente circa 5 milioni di tonnellate di grano duro (dei quali 2 milioni di tonnellate d’importazione), equivalenti a 3,4 milioni di tonnellate di semola di grano duro; di questi 3,4 milioni di tonnellate di semola, 1,6 milioni sono impiegati per la produzione di pasta per il mercato interno, altri milioni per la produzione di pasta destinata all’esportazione (la pasta è il secondo prodotto alimentare esportato in valore; dopo il vino, e contribuisce in misura notevole all’equilibrio della bilancia commerciale agroalimentare) e 200.000 tonnellate per altri impieghi alimentari. Oltre a dipendere fortemente dalle importazioni, l’industria molitoria e pastaia (due fasi gestite spesso da un’unica unità produttiva, data l’elevata integrazione verticale in questo comparto) si trova a fronteggiare un’offerta nazionale di materia prima in forte squilibrio rispetto alla localizzazione della domanda. Le regioni italiane si presentano quasi tutte come fortemente deficitarie, soprattutto lì dove sano maggiormente concentrate le capacità di trasformazione (Puglia, Emilia Romagna); l’elevata integrazione verticale tra semolifici e pastifici, ai quali si aggiunge la concentrazione della domanda facente capo a un numero non elevato d’industrie leader comporta che ai produttori e stoccatori nazionali di materia prima sia richiesto un adeguamento strutturale che consenta loro di restare competitivi sul mercato, rispetto alla concorrenza estera; nel breve periodo, risulta della massima importanza concentrare gli sforzi sugli aspetti organizzativi, soprattutto con la creazione di impegni contrattuali basati sulla reciprocità e sul contenuto di servizio che è possibile incorporare al prodotto grano duro; al momento, l’offerta nazionale appare complementare rispetto alle importazioni. Di fronte alla necessità di coprire i propri fabbisogni nel medio periodo, la programmazione delle industrie è, infatti, rivolta in primo luogo all’estero (Canada, Paesi Est-Europa, Grecia Australia), in grado di offrire partite di qualità omogenea e soprattutto in lotti di consegna significativi, mentre l’approvvigionamento sul mercato interno assume carattere di complementarietà in alcuni periodi dell’anno (estate, inizio inverno), mentre in altri periodi il mercato nazionale è praticamente fermo; il maggior punto di forza della filiera del frumento duro è senz’altro l’immagine consolidata del prodotto pasta, che ha prodotto negli anni un’elevata cultura sia industriale che del consumo; in effetti, pur essendo molte delle materie prime di provenienza estera, la pasta continua a mantenere, in Italia ed all’estero, l’immagine di un tipico prodotto made in Italy. La pasta è universalmente riconosciuta come il pilastro della dieta mediterranea. Dietologi e medici nutrizionisti concordano nell’assegnare alla pasta un elevato contenuto dietetico e salutistico. Nel confronto con altri carboidrati, la pasta è facilmente digeribile (salvo per i soggetti intolleranti al glutine), altamente nutriente e apporta al metabolismo una gran quantità di sostanze utili. Inoltre, ulteriori specificità del valore della pasta consistono nella gran quantità di formati diversi, che si prestano a molteplici preparazioni culinarie e nel know how artigianale e industriale dei nostri mugnai e pastai. Nonostante i tentativi in alcuni Paesi esteri (ad esempio Francia, USA, ma anche alcuni Paesi del Sudamerica) di realizzare un’industria pastaia, nessun competitor è ancora riuscito a mettere seriamente in dubbio il primato italiano; a ciò si aggiunge, in alcune zone del Paese, la presenza di veri e propri distretti del frumento duro, in particolare in Puglia e recentemente anche in Emilia Romagna; molti dei punti di debolezza della filiera del frumento duro sono comuni a tutte le filiere cerealicole. In particolare si fa riferimento a: polverizzazione produttiva: la maggior parte delle aziende coltivatrici di frumento duro non superano le dimensioni minime per garantire un minimo di redditività aziendale; scarsa cultura produttiva e scarsa attenzione alla qualità nelle fasi di coltivazione: negli anni dell’aiuto accoppiato sono venuti parzialmente meno gli incentivi per una coltivazione di qualità, che però sta dando segni di ripresa al Centro-Nord; scarso livello organizzativo nella concentrazione dell’offerta, soprattutto nel Mezzogiorno. Secondo alcune stime, al Centro-Nord, la ripartizione tra stoccaggio organizzato (cooperative e CAP) e privati è rispettivamente del 50 per cento, mentre al Sud le strutture organizzate non raggiungono il 20 per cento del prodotto stoccato; la maggior parte degli stoccaggi inoltre non sono idonei a stoccare il prodotto in maniera differenziata a seconda della qualità, comportando una scarsa omogeneità del prodotto stoccato e una scarsa differenziazione delle partite; la prevalenza del conto deposito, nel quale la merce permane di proprietà dell’imprenditore agricolo, fa sì che gli stoccatori non dispongano realmente del prodotto e che non possano di conseguenza pianificare la commercializzazione in accordo con le esigenze delle industrie clienti; l’inadeguatezza degli strumenti di determinazione dei prezzi rende molto aleatoria la stipula di contratti in avanti; il problema colpisce in particolare i contratti di coltivazione e vendita stipulati prima delle semine; l’importanza di implementare la produzione di grano biologico, la cui domanda sul mercato è crescente; l’opportunità più rilevante per la filiera è il consolidamento sui mercati esteri della dieta mediterranea e di conseguenza dei consumi di pasta di semola di grano duro. Questa però potrà essere colta pienamente solo se si garantirà l’equivalenza tra pasta di qualità e made in Italy (altrimenti può trasformarsi in una minaccia, data la crescente concorrenza estera); minacce evidenti per gli operatori della filiera sono rappresentate dall’incremento dei costi di produzione le cui conseguenze si possono riassumere in: tendenza a non coltivare da parte dei produttori agricoli oppure ad adottare percorsi produttivi tesi al risparmio (e la qualità andrà a risentirne); tendenza per le imprese a valle della produzione a delocalizzare parte dell’attività di trasformazione oppure a rendere organico il processo d’importazione delle partite all’estero; emergere di nuovi concorrenti internazionali in grado di competere sui costi industriali (manodopera); la necessità di rafforzare il sistema dei controlli della tracciabilità dei prodotti con particolare riferimento a quelli che provengono dall’estero; dal punto di vista governativo, si evidenzia che, a valere sulle disponibilità previste dal comma 1084, dell’articolo 1 della legge n. 296 del 2006 (legge finanziaria 2007), con cui è stata disposta un’autorizzazione di spesa pluriennale per l’attuazione dei piani nazionali di settore di competenza del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, lo stesso Ministero ha, tra gli altri, elaborato un piano di settore per il sistema cerealicolo. In tale piano sono affrontate le principali criticità del sistema nazionale del grano duro e sono indicate le azioni e le strategie per superarle, individuando strategie di sviluppo e fattori di competitività per la filiera nazionale; il piano cerealicolo nazionale è stato approvato in Conferenza Stato-regioni il 26 novembre 2009; tuttavia il conseguimento degli obiettivi prefissati da tale piano, per la loro complessità e articolazione, necessiterebbero di un’ulteriore ingente dotazione di risorse finanziarie in maniera particolare per quanto concerne le specifiche misure che riguardano il comparto del grano duro e la creazione di una filiera di valore della pasta made in Italy che risponda ai requisiti di qualità risalenti alle prerogative nutrizionali della dieta mediterranea.

7 La XIII Commissione, premesso che: la crisi che ormai da tempo interessa il settore cerealicolo nazionale rappresenta una vera e propria emergenza e l’individuazione di misure atte a contenere la pesante situazione di mercato, unitamente ad una ristrutturazione complessiva della filiera, sono interventi che non possono essere più rimandati; tra le criticità più significative, oltre al fatto che il comparto opera in un contesto internazionale estremamente instabile e condizionato da una serie di dinamiche non strettamente correlate con la legge della domanda e dell’offerta, si segnalano sicuramente: l’elevata frammentazione della superficie colturale, con costi del terreno e d’impresa nettamente superiori ad altre realtà e conseguente perdita di competitività da parte delle imprese nazionali; elevati costi di produzione e diminuzione costante dei prezzi che costringe la fase agricola a lavorare spesso sottocosto; spontaneismo ed eterogeneità delle produzioni raramente collegate agli andamenti reali dei consumi; diversità degli ambienti pedoclimatici e alta differenziazione quantitativa e qualitativa delle produzioni; scarsa concentrazione dell’offerta; difficoltà nella gestione commerciale causata dalla prevalenza del conto deposito rispetto al conto conferimento e attività di ricerca varietale non sempre rispondente alle reali esigenze di mercato; ad alimentare le debolezze del settore contribuiscono poi le mutate strategie dell’industria di trasformazione: l’organizzazione e la concentrazione degli operatori comporta nuove esigenze di fornitura che la filiera non sembra saper soddisfare; la questione organizzativa della produzione appare pertanto uno dei nodi strutturali più rilevanti: l’organizzazione di filiera è indispensabile non solo per affrontare le sfide del mercato globale ma anche per aumentare la capacità di negoziazione della parte agricola e qualificare e valorizzare il prodotto; al fine di consentire ai produttori di poter collocare il proprio prodotto a un prezzo congruo e di garantire la trasparenza nelle relazioni contrattuali tra gli operatori di mercato e nella formazione di prezzi è indispensabile la costituzione di Commissioni uniche per singolo prodotto (frumento duro; frumento tenero), di cui all’articolo 6-bis del decreto-legge 5 maggio 2015, n. 51, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 luglio 2015, n. 91; la cerealicoltura italiana è stata in passato condizionata dalle politiche comunitarie di aiuti accoppiati attuate, per le quali gli interventi applicati non sempre hanno consentito elevati livelli d’innovazione, determinando un incremento delle superfici coltivate a discapito della qualità dei prodotti e della riduzione dell’impatto ambientale; la strutturazione della filiera nazionale cerealicola non può prescindere dalla adozione di sistemi di coltivazione maggiormente sostenibili, basati su tecniche produttive di precisione e più efficienti; il settore si sta confrontando con nuove normative in tema di sicurezza alimentare, aspetto che determina una maggiore attenzione alle caratteristiche igienico-sanitarie della granella e che evidenzia caratteristiche di salubrità e minor rischio dei prodotti cerealicoli nazionali rappresentando un vantaggio competitivo per l’offerta sul mercato interno; la predisposizione di un piano proteico nazionale integrato con il Piano cerealicolo vigente anche alla luce delle rinnovate resistenze verso le coltivazioni geneticamente modificate, darebbe un valido contributo alla necessità di qualificare la produzione agricola nazionale anche nel settore mangimistico, oltre ad impattare positivamente su tutte le filiere zootecniche di qualità; è condiviso il convincimento secondo cui per lo sviluppo della filiera è necessario sostenere la ricerca, affinché sia più efficiente ed efficace in un settore strategico come quello dei cereali, favorendo una maggiore interazione tra chi produce innovazione e chi la utilizza.

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