L’olio di palma in Parlamento. Ecco i 26 casi in cui se ne dibatte

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Nel corso della corrente legislatura, alla data del 6 dicembre 2015, sono ventisei gli atti del cosiddetto sindacato ispettivo parlamentare (mozioni, interpellanze, interrogazioni, risoluzioni, ordini del giorno in Assemblea) nei quali si fa espresso riferimento all’olio di palma.

L’olio di palma ha trovato e trova fieri sostenitori e acerrimi denigratori. Anche il mondo scientifico sembra oscillare tra un’affermazione rassicurante e un’altra demolitrice. Questo stato di cose, dati gli imponenti interessi finanziari, economici, politici, e le gravi ricadute ambientali, trova schierati su fronti opposti sin anco i gruppi parlamentari, che dovrebbero essere scienti e coscienti. Un’utopia? Al termine dell’esame degli atti di indirizzo e controllo parlamentare esercitato dal Parlamento nei confronti del Governo sulla questione de quo qualche sprovveduto, ma non troppo, potrebbe porsi la domanda: l’olio di palma è di destra o di sinistra? Giorgio Gaber docet.

 

1 – Risoluzione in Assemblea C6-00176, presentata alla Camera da Massimo De Rosa (M5S) ed altri il 26.11.2015. Il testo è stato modificato nel corso della seduta dell’Assemblea come risultante dalla votazione per parti separate.

In relazione alla XXI Conferenza (Parigi, 30 novembre – 11 dicembre 2015) delle Parti (COP 21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), durante la quale fissare gli impegni vincolanti in termini di riduzione delle emissioni e di politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, nonché dei sistemi di monitoraggio e valutazione delle emissioni e degli impegni finanziari per il mantenimento del riscaldamento globale entro i 2°C sopra la temperatura media pre industriale; tenuto conto dei Rapporti e degli Studi elaborati in sede internazionale sull’andamento climatico del pianeta; attesa, in particolare, la Carta di Milano, definita in occasione dell’Expo 2015; considerato altresì che l’agricoltura industriale incide negativamente sul cambiamento climatico, facendo uso di sistemi meccanizzati ad alta intensità energetica e a combustibili fossili e, a sua volta, ne è influenzata, visto che le monocolture geneticamente omogenee, su cui si basa, non sono resilienti; diversamente, i sistemi di gestione agro ecologici – varietà di tecniche agricole, come agricoltura biologica, sinergica, sostenibile o Perm cultura –, basandosi sul rispetto della biodiversità, sull’efficienza dei processi biologici e sulla diversificazione dei sistemi di produzione, rappresentano un modello alternativo sostenibile, socialmente equo, resiliente ai cambiamenti climatici; si impegna – tra l’altro – il Governo:

   a salvaguardare l’agricoltura, sia per la produzione alimentare, che per il ruolo fondamentale nella mitigazione dei cambiamenti climatici e dei danni naturali, promuovendo, a livello normativo e finanziario, lo sviluppo di politiche agricole più sostenibili e incoraggiando le comunità locali a gestire la produzione e il consumo delle proprie risorse nell’ottica degli obiettivi ambientali;

         a promuovere la transizione verso l’agro ecologia, pratiche sostenibili, resilienti e, allo stesso tempo, efficienti e socialmente eque, in grado di sostenere le sfide ambientali e alimentari future; a portare avanti con determinazione, nel dibattito e negli accordi internazionali sulla mitigazione dei cambiamenti climatici, il tema dell’alimentazione e delle scelte alimentari, riconoscendo il forte impatto ambientale legato, soprattutto, alla produzione e consumo di cibi di origine animale e dell’olio di palma;

         a promuovere e sostenere progetti volti a diffondere un’educazione alimentare che privilegi un ridotto impatto sulle risorse ambientali e sulla salute dell’individuo rispetto alle diete alimentari caratterizzate dal consumo di prodotti di origine animale.

 

2. Risoluzione in Commissione C7-00855 presentata alla Camera il 24.11.2015 e proposta da Paolo Parentela (M5S) e altri. Approvata dalla Commissione Agricoltura il 26 novembre 2015.

La XIII Commissione, premesso, tra l’altro, che

il cambiamento climatico costituisce una delle priorità più significative nell’agenda delle istituzioni nazionali e internazionali;

la regione sud europea e quella mediterranea, in particolare, sono le più esposte agli effetti dei mutamenti climatici, con conseguenze preoccupanti sul sistema di approvvigionamento alimentare, in considerazione dell’impatto negativo che tali fenomeni hanno sull’agricoltura e sulla conduzione dei suoli;

secondo il Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici nei prossimi trenta anni, l’agricoltura subirà un calo di resa del 50 per cento nelle coltivazioni di riso, grano e mais, i rendimenti sono destinati a ridursi del 10 per cento per ogni grado di aumento sopra i 30 gradi;

l’incremento della frequenza di ondate di calore avrà inoltre effetti molto gravi soprattutto sulla produzione di latte bovino, determinerà un aumento dei consumi irrigui delle colture e un aumento degli attacchi parassitari;

la penetrazione del cuneo salino, causata dall’innalzamento del livello marino, è in grado di provocare una desertificazione destinata a compromettere, oltre all’agricoltura, anche la stessa vegetazione spontanea di larga parte delle coste italiane;

l’agricoltura industriale è altro fattore che incide negativamente sul cambiamento climatico, facendo uso di sistemi meccanizzati ad alta intensità energetica e a combustibili fossili e, a sua volta, ne è influenzata, visto che le monocolture geneticamente omogenee, su cui si basa, non sono resilienti;

diversamente, i sistemi di gestione agro ecologici – varietà di tecniche agricole, come agricoltura biologica, sinergica, sostenibile o Perm cultura –, basandosi sul rispetto della biodiversità, sull’efficienza dei processi biologici e sulla diversificazione dei sistemi di produzione, rappresentano un modello alternativo sostenibile, socialmente equo, resiliente ai cambiamenti climatici e, dunque, in grado di sostenere la sfida del cambiamento climatico;

anche la crescita della popolazione mondiale unita alla transizione verso modelli alimentari a più alto impatto ambientale tipici dei Paesi ricchi industriali, ha effetto sul cambiamento climatico poiché implica il raddoppio della produzione alimentare, con notevole aumento delle emissioni globali generate;

la crescente richiesta di olio di palma da parte dell’industria alimentare, inoltre, causa degradazione e incendi delle foreste torbiere indonesiane, con conseguente aumento delle emissioni di gas serra;

impegna il Governo a una serie di azioni, tra le quali:

               promuovere, coinvolgendo tutte le istituzioni pubbliche competenti in materia, un’indagine ministeriale sullo stato dell’arte dell’approvvigionamento attuale e futuro dei concimi fosforici e azotati da parte del nostro Paese, nonché ad avviare campagne informative sulla tematica, al fine di informare correttamente i comuni e gli agricoltori sulle prassi e procedure consigliate per il recupero e l’impiego sostenibile del fosforo e dell’azoto;

              promuovere un nuovo modello di agricoltura, per prevenire l’aggravarsi dell’inquinamento idrico, sia per la produzione alimentare, che per il ruolo fondamentale nella mitigazione dei cambiamenti climatici e dei danni naturali, favorendo, a livello normativo e finanziario, lo sviluppo di politiche agricole più sostenibili e incoraggiando le comunità locali a gestire la produzione e il consumo delle proprie risorse, nell’ottica degli obiettivi ambientali;

          promuovere inoltre, la transizione verso l’agro ecologia, pratiche sostenibili, resilienti e, allo stesso tempo, efficienti e socialmente eque, in grado di sostenere le sfide ambientali e alimentari future;

         promuovere e sostenere progetti volti a diffondere un’educazione alimentare che favorisca un ridotto impatto sulle risorse ambientali e sulla salute dell’individuo rispetto alle diete alimentari caratterizzate dal consumo di prodotti di origine animale;

         promuovere iniziative per implementare tecnologie per migliorare l’indice di conversione alimentare in acquacoltura, per ridurre le emissioni di gas serra e per migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse in generale, nonché ad identificare e ridurre le vulnerabilità dei sistemi di pesca e acquacoltura, migliorando la resilienza e l’adattabilità dei settori per contrastare i cambiamenti climatici, l’acidificazione degli oceani e i disastri naturali.

 

3 – Interrogazione a risposta scritta C4-11194, presentata alla Camera il 19 novembre 2015, proposta da Adriano Zaccagnini (Sinistra Ecologia Libertà) e rivolta ai Ministri della Salute e delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Delegato a rispondere: Ministro della salute. Atto in corso di esame.

Nell’interrogazione si premette che in seguito della segnalazione de Il Fatto Alimentare sulla vendita in Italia di olio di palma vergine contaminato da un colorante cancerogeno e geno tossico (Sudan IV), il sistema di allerta rapido europeo (RASFF) ha allertato le autorità sanitarie regionali, invitandole a fare accertamenti per ritirare i prodotti interessati; il livello d’allarme è derivato quando il caso è scoppiato il 21 ottobre 2015, allorché la Food and Drugs Authority del Ghana ha invitato i consumatori a non utilizzare l’olio di palma, dopo che le analisi condotte dall’Autorità per la sicurezza alimentare su 50 campioni venduti nei maggiori mercati della regione della capitale Accra hanno rilevato la presenza, nel 98 per cento dei casi, del colorante geno tossico e potenzialmente cancerogeno Sudan IV, di solito usato per dare una certa tonalità rossastra a solventi, cere, oli e lucido per scarpe; il problema coinvolge anche l’Europa e l’Italia, perché confezioni di olio di palma rosso, sono esportate e vendute via internet e nei negozi etnici.

In Gran Bretagna, ad aprile 2015, è stato ritirato dal commercio un olio di palma senza etichetta del Ghana; su internet sono acquistabili diverse marche di prodotti con olio di palma. Il 30 ottobre 2015 si è verificato un altro caso: il RASFF ha segnalato in Francia la vendita di oliodipalma del Ghana proveniente dall’Olanda, con il colorante Sudan IV; Il Fatto Alimentare ha segnalato al Ministero della salute la presenza di diverse marche di olio di palma provenienti dal Ghana acquistabili da siti internet in lingua italiana, chiedendo in via precauzionale la sospensione delle importazioni di olio di palma dal Ghana. L’invito a non utilizzarlo dovrebbe essere rivolto anche a industrie, ristoratori e consumatori sino a che non saranno disponibili i risultati delle analisi di questi prodotti, per verificare l’eventuale presenza del colorante Sudan IV.

Premesso quanto sopra l’interrogante chiede se i suddetti Ministri siano a conoscenza dei fatti descritti e, in caso affermativo, quali iniziative hanno posto o intenderanno porre in essere per salvaguardare la salute pubblica; se in Italia siano stati importati quantitativi di olio di palma contaminato dal Sudan IV proveniente dal Ghana e, nel caso ciò sia avvenuto, quali siano stati i controlli avviati finora al fine di determinare la presenza dell’olio di palma vergine sia in purezza, che come ingrediente, nei preparati delle industrie agroalimentari; se gli stessi Ministri non ritengano urgente assumere iniziative, per quanto di competenza, per bloccare, in via precauzionale, le vendite on line di olio di palma vergine proveniente dal Ghana e comunque anche da quei Paesi che non garantiscono gli stessi standard di qualità e sicurezza alimentare del sistema italiano, finché non sia stato preventivamente appurato la presenza del Sudan IV o altri prodotti geno tossici nell’oliodipalma utilizzato nella nostra filiera di produzione e consumo.

 

4 – Interrogazione a risposta scritta C4-10883 presentata alla Camera il 27.10.2015, proposta da Beatrice Brignone e Giuseppe Civati (Gruppo Misto) e rivolta al Ministro della Salute. Iter in corso.

L’interrogazione concerne i diritti di coloro che sono affetti da celiachia. Si chiede al Governo di intervenire con le più adeguate misure di carattere normativo ed economico per consentire ai soggetti affetti da tale patologia di seguire una dieta affatto particolare dalla quale è esclusa una varietà vastissima di alimenti come pane, pasta, biscotti. In particolare nella premessa gli interroganti citano un recente studio secondo il quale i prodotti senza glutine hanno profili nutrizionali analoghi ai prodotti con glutine presenti al supermercato e, in alcuni casi, addirittura migliori, con più fibre e meno olio di palma.

 

5 – Interrogazione a risposta scritta C4-10354, presentata alla Camera il 15.09.2015 da Carla Gagnarli (M5S) e altri e rivolta al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. Iter in corso.

Gli interroganti premettono che il dottor Ghiselli, attualmente dirigente di ricerca del Centro di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, vigilato dal MIPAAF, è il responsabile scientifico della revisione 2015 delle linee guida per una sana alimentazione degli italiani, ed ha fatto parte del gruppo di esperti che ha redatto l’edizione precedente. Il documento è preso come modello di riferimento scientifico in tutte le diete, da tutti gli ospedali e dietisti, oltre che dalle stesse aziende per definire i prodotti e i regimi alimentari.

Secondo un articolo de Il Fatto alimentareil dottor Ghiselli all’interno del CREA NUT è stato anche incaricato di formulare un parere scientifico sull’olio di palma. Il 02.09.2015 il Corriere della sera ha pubblicato un articolo sull’olio di palma in cui il dottor Andrea Ghiselli esprime un parere tutto sommato favorevole all’impiego dell’olio tropicale nei prodotti da forno. Il sullodato è componente di più gruppi di lavoro, commissioni, università: inoltre è responsabile di Forum nutrizione sul medesimo giornale e consulente per l’autorità garante concorrenza e mercato, membro del comitato scientifico di ASSOLATTE, coordinatore scientifico del sito Merendineitaliane.it, finanziato dai principali produttori italiani di biscotti e merendine, membro del panel scientifico di AIDEPI per il quale, secondo le ricerche de Il Fatto quotidianoè stato retribuito fino a 8 mesi fa. Grandi aziende alimentari hanno lanciato una campagna di centinaia di migliaia di euro a favore dell’olio di palma su quotidiani come Il Corriere della sera, La Stampa, Il Resto del Carlino.

A giudizio degli interroganti sembrerebbe sollevarsi un potenziale conflitto d’interessi in capo al dottor Ghiselli, tra la posizione di ricercatore alle dipendenze di un ente pubblico e quella di consulente a stretto contatto con l’industria alimentare. Inoltre l’articolo ventisei del codice disciplinare in vigore nel CREA NUT vieta di “accettare, a qualsiasi titolo, compensi, regali o altre utilità in connessione con la prestazione lavorativa e di astenersi dal partecipare all’adozione di provvedimenti degli Enti che possano coinvolgere direttamente o indirettamente interessi propri”.

Ancora: Il fatto alimentare ha anche chiesto lumi al Commissario del CREA NUT in merito alla compatibilità degli incarichi del ricercatore con le consulenze esterne da lui eseguite. Alla luce delle considerazioni svolte i presentatori dell’atto in titolo chiedono al Ministro se sia a conoscenza di quanto esposto e non ritenga opportuno chiarire la posizione dei ricercatori degli enti da esso controllati, per garantire l’affidabilità e l’indipendenza del mondo scientifico legato all’alimentazione.

 

6 – Risoluzione in Commissioni riunite Affari sociali e Agricoltura della Camera C7-00751, presentata il 29.07.2015 da Giovanni Monchiero (Lista civica per l’Italia) e altri. Iter in corso.

I promotori della risoluzione sostengono la dubbia validità scientifica della promozione di campagne per sospendere l’utilizzo dell’olio di palma come hanno dimostrato i ricercatori dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. Non ci sono evidenze scientifiche per sostenere che l’olio di palma sia dannoso. I grassi saturi sono contenuti in tutti gli oli vegetali, e nel burro e negli altri grassi animali sono contenuti in misura ancora maggiore. L’olio di palma ha una composizione intermedia. L’olio di palma è un olio naturale e privo di OGM. La sua composizione è equilibrata, con acidi grassi per metà saturi e per metà insaturi, ed è proprio questo il valore qualitativo aggiunto per la produzione dei prodotti da forno. La presenza di grassi saturi rende la composizione dell’olio di palma semi-solida, permettendo di essere impiegato nella preparazione degli alimenti senza ricorrere al processo dell’idrogenazione. Tale processo, usato invece nell’impiego di altri olii vegetali, causa la formazione di grassi trans, il cui uso è stato recentemente vietato da parte della Food and Drug Administration (FDA) negli Stati Uniti, per essere altamente nocivi alla salute.

A livello nutrizionale l’olio di palma è ricco di carotenoidi, un fitonutriente naturale pro vitamina A con proprietà antiossidanti, e di tocotrienoli e tocoferoli, una vitamina E con proprietà anti cancro che previene le patologie neurodegenerative.

Quanto all’impatto ambientale della coltura dell’olio di palma, la presunta non sostenibilità dell’olio di palma va confrontata con le sue alternative: un ettaro di palme da olio produce, infatti, sette volte l’olio prodotto da un ettaro di girasole e tredici volte l’olio prodotto da un ettaro di soia. Per soddisfare la stessa domanda di oli vegetali che riesce a soddisfare la coltivazione della palma, ci sarebbe dunque bisogno di molta più terra coltivabile. Tale produttività è garanzia anche della miglior conservazione e protezione delle foreste. Inoltre la coltivazione dell’oliodi palma richiede meno acqua, pesticidi, fertilizzanti e combustibile di tutte le sue alternative non arboree. False e tendenziose le accuse di deforestazione rivolte alla Malesia, secondo Paese produttore di olio dipalma, da parte dei detrattori dell’olio di palma.

Indonesia e Malesia sono i principali Paesi produttori di olio di palma, rappresentando l’87 per cento della produzione mondiale, e le loro economie si sostengono anche grazie a questa coltura. In Malesia, grande esportatore di olio dipalma in Europa e in Italia, il 40 per cento delle piantagioni di olio di palma appartiene a piccoli contadini che, vivendo in zone rurali, sono usciti dalla povertà grazie a questa coltivazione. Infatti, l’aumento della produzione di olio di palma negli ultimi 50 anni ha ridotto di dieci volte la povertà, dal 50 per cento al 5 per cento. L’industria dell’olio di palma impiega 570 mila malesi, con altri 290 mila nell’indotto.

Secondo un’analisi di Europe Economics, in Italia 14 mila posti di lavoro dipendono dalle importazioni dell’olio di palma. L’industria contribuisce al fisco italiano per 500 milioni di euro e più di un miliardo di euro del prodotto interno lordo italiano sono attribuibili all’olio di palma. La normativa europea sull’etichettatura degli alimenti (regolamento n. 1169/2011) prevede l’obbligo di specificare il tipo di olio vegetale tra gli ingredienti. È dunque importante promuovere presso i cittadini italiani una corretta informazione che tenga conto delle implicazioni economiche, ambientali e sociali esposte in precedenza.

Pertanto i presentatori della risoluzione intendono impegnare il Governo:

           a promuovere un incontro con i rappresentanti politici e industriali dei principali Paesi produttori di olio di palma, volto a una maggiore conoscenza delle proprietà e potenzialità di questo prodotto;

          a sensibilizzare e informare i cittadini sulle caratteristiche nutritive e ambientali dell’olio di palma e a contrastare iniziative discriminatorie nei confronti dell’olio di palma;

         ad adottare ogni iniziativa utile in sede internazionale per incentivare il libero commercio di certificato sostenibile da standard internazionali, tra cui olio di palma sostenibile malese, olio dipalma sostenibile indonesiano e RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil).

 

7 – Mozione C1-00951 presentata il 17.07.2015 e proposta da Mirko Busto (M5S) e altri. Testo modificato nel corso della seduta dell’Assemblea della Camera il 20.07.2015, come risultante dalla votazione per parti separate.

Nel documento si premette, tra l’altro, che il contenimento del cambiamento climatico rappresenta una priorità tra le emergenze globali delle istituzioni nazionali e internazionali, viste le conseguenze geopolitiche cui sta conducendo. A livello globale, gli effetti del cambiamento climatico sono già evidenti nell’aumento della frequenza e dell’intensità di fenomeni estremi – come tifoni, alluvioni, tornado, ma anche siccità –, e nell’incremento della temperatura, con il conseguente rapido declino del ghiaccio artico, dei ghiacciai montani e delle calotte glaciali di Groenlandia e Antartide, nell’espansione delle zone subtropicali calde, e nella perdita di barriera corallina a causa dell’acidificazione dell’oceano.

Il quinto rapporto del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (IPCC:Intergovernmental Panel on Climate Change) sulla valutazione dei cambiamenti climatici individua, a livello europeo, la regione mediterranea/sud-europea come la più vulnerabile al rischio degli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Molteplici settori saranno interessati – quali turismo, agricoltura, attività forestali, infrastrutture, energia e salute della popolazione – a causa del forte impatto del cambiamento climatico (aumento di temperatura e riduzione di precipitazioni) sui servizi eco-sistemici.

L’agricoltura rappresenta il settore più vulnerabile al cambiamento climatico e il suo cedimento, potrebbe portare la nostra società a collassare entro il 2040. Nella coltivazione di riso, grano e mais, i rendimenti sono destinati a ridursi del 10 per cento per ogni grado di aumento sopra i 30 gradi. Un punto estremamente importante e poco conosciuto è la penetrazione del cuneo salino causato dall’innalzamento del livello marino.

Il dramma dei rifugiati climatici è sempre più preoccupante, determinato dalla stretta relazione tra degrado ambientale, mutamenti climatici e contesto socio-economico.

L’obiettivo di 2 gradi di riscaldamento globale, concordato dall’ONU e dai governi mondiali, è già un limite rischioso e pericoloso che non eviterà le conseguenze disastrose del cambiamento climatico. L’innalzamento delle temperature oceaniche comporta un cambiamento nella composizione chimica delle acque, con conseguente acidificazione, e contribuisce allo scioglimento del plancton calcareo e dei gusci calcarei delle conchiglie dei molluschi come vongole, mitili, ostriche, capesante. È stato calcolato in 4,6 metri l’innalzamento del livello medio del mare in seguito all’aumento di temperatura media terrestre di 2 gradi.

Soltanto una diminuzione drastica delle emissioni di gas serra, potrebbe avere il 50 per cento di possibilità di stabilizzare l’aumento di temperatura media terrestre di sotto ai 2 gradi. Occorre pertanto adottare al più presto indicatori macroeconomici come il genuine progress indicator (GPI) o il benessere equo e sostenibile (BES), capaci di misurare lo sviluppo economico integrando nella analisi fattori ambientali e sociali.

Il cambiamento climatico ha già prodotto conseguenze sulla salute, sugli ecosistemi, sulle risorse idriche e sull’agricoltura, mettendo a rischio la sicurezza alimentare e la sostenibilità ambientale. L’agricoltura industriale incide sul cambiamento climatico, facendo uso di sistemi meccanizzati ad alta intensità energetica e a combustibili fossili e, a sua volta, ne è influenzata, visto che le monocolture geneticamente omogenee, su cui si basa, non sono resilienti. Diversamente i sistemi di gestione agro-ecologici basandosi sul rispetto della biodiversità, sull’efficienza dei processi biologici e sulla diversificazione dei sistemi di produzione, rappresentano un modello alternativo sostenibile, socialmente equo, resiliente ai cambiamenti climatici e, dunque, in grado di sostenere la sfida del cambiamento climatico.

L’attuale sistema economico lineare, tipico dei Paesi più industrializzati, non è più sostenibile. Il sistema alimentare contribuisce ai cambiamenti climatici e, allo stesso tempo, ne è anche influenzato, con conseguenze sulla disponibilità e sulla tutela delle risorse naturali, sulle modalità di produzione e consumo e sulla sicurezza alimentare. La crescita della popolazione e la crescita dei consumi di alimenti di origine animale si traducono in una costante crescita delle emissioni del settore agricoltura.

Ogni anno, la richiesta crescente di olio di palma, comporta l’emissione di enormi quantità di gas serra, a causa della degradazione e degli incendi delle foreste torbiere indonesiane. La deforestazione del sud-est asiatico, negli ultimi trenta anni, è stata pari alla superficie di Italia, Svizzera e Austria, convertendo depositi di carbonio organico in fonti di emissione climalteranti. Interi settori dell’economia, a oggi, non hanno minimamente intrapreso gli sforzi necessari a raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni necessari per far fronte ai cambiamenti climatici.

Il Governo italiano ha promosso la definizione della Carta di Milano in occasione dell’EXPO2015: un documento partecipato e condiviso che richiama ogni cittadino, associazione, impresa o istituzione a elaborare modelli economici e produttivi legati all’alimentazione che possano garantire uno sviluppo sostenibile in ambito economico e sociale.

Sulla base delle considerazioni svolte, e altre, la Camera impegna, fra l’altro, il Governo

            ad approvare entro settembre 2015 la strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, elaborata dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, in collaborazione con la comunità scientifica nazionale, procedendo immediatamente con la definizione di un piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, che ne recepisca le indicazioni definendone priorità, tempistiche e impegni di spesa;

            a promuovere politiche di limitazione all’agricoltura intensiva che contribuisce ad aggravare l’inquinamento idrico da fonti puntuali e non puntuali, posto che sostenendo invece politiche volte alla corretta combinazione d’incentivi all’agro-ecologia, norme di legge più severe su pesticidi e fitosanitari con relative misure sanzionatorie e sussidi adeguatamente mirati ai piccoli agricoltori locali, così che si potrà favorire la riduzione dell’inquinamento idrico prodotto dall’agricoltura intensiva; a promuovere un nuovo modello di agricoltura, sia per la produzione alimentare, che per il ruolo fondamentale nella mitigazione dei cambiamenti climatici e dei danni naturali.

 

8 – Interrogazione a risposta scritta S4-04275, presentata al Senato da Daniela Donno (M5S) e altri il 14.07.2015 e rivolta ai Ministri della Salute e delle Politiche agricole alimentari e forestali. Delegato a rispondere: il Ministro della Salute. Iter in corso. Si riporta integramente il testo dell’interrogazione.

L’olio di palma è un grasso vegetale tropicale contenuto in migliaia di prodotti alimentari. Molte imprese dell’agroalimentare abusano di questa materia prima, sia per il costo estremamente basso, sia per la sua versatilità nell’industria dolciaria. La sua produzione, tuttavia, è correlata alla rapina delle terre, alla deforestazione di aree boschive, alla devastazione degli habitat naturali, operazioni che comportano gravi violazioni dei diritti umani, l’eliminazione della sovranità alimentare e la riduzione della biodiversità;

secondo molti nutrizionisti l’assunzione giornaliera di dosi elevate di questo ingrediente è dannosa per la salute a causa della presenza dei grassi saturi, tanto più che l’olio di palma si trova nella maggior parte degli alimenti trasformati più consumati dai giovani; i grassi contenuti negli snack e nei dolci, insieme a zuccheri, sodio, coloranti e conservanti, possono essere considerati tra i principali responsabili dell’obesità infantile; in particolare una percentuale molto alta di questi prodotti è realizzata con olio di palma che contiene dal 45 al 55 per cento di grassi saturi a catena lunga come l’acido palmitico e favorisce l’aumento dei livelli di colesterolo;

il quotidiano onlineIl fatto alimentare” ha lanciato una petizione, già a quota 140.000 firme, per dire “no” all’olio di palma per motivi etici, ambientali e di salute, ed invitare le aziende a sostituirlo con altri oli vegetali non idrogenati o burro. Altre 2 aziende (Misura e Gentilini) si sono affiancate ad Alce Nero dicendo addio all’olio di palma, mentre già 15 catene di supermercati hanno iniziato il processo di riduzione e sostituzione del grasso tropicale; alcune hanno già sugli scaffali i primi biscotti e prodotti “palmafree“, altre hanno avviato il progetto e dovrebbero concretizzare il cambiamento entro la fine del 2015;

il 12 maggio 2015 la Camera dei deputati ha avuto l’occasione di impegnarsi in tal fronte, in occasione della discussione e votazione delle mozioni congiunte in tema di educazione alimentare; tuttavia, dal testo finale votato dall’Assemblea, è stato stralciato l’impegno della mozione a prima firma Gagnarli (1-00836) volto a escludere dagli appalti delle mense pubbliche di istituti scolastici, ospedali e aziende pubbliche, nonché dei distributori automatici ivi collocati, le ditte fornitrici di prodotti a base di olio di palma;

l’industria alimentare ha sempre nascosto la presenza di olio di palma nei prodotti, tanto da non essere indicato in etichetta, sulla quale compariva sotto la generica dicitura di “grasso vegetale” almeno fino al 13 dicembre 2014, quando per effetto del nuovo regolamento (UE) n. 1169/2011 è stato introdotto l’obbligo di specificazione in etichetta del tipo di grasso vegetale (olio di palma, olio di cocco, grassi idrogenati, eccetera);

da un articolo de “Il fatto alimentare” si apprende che AIDEPI (Associazione delle industrie del dolce e della pasta) sta lavorando ad un progetto chiamato “Piano di comunicazione sul problema dell’olio di palma” che prevede un investimento di 55.000 euro per fare attività di lobbying verso direttori di giornali e televisivi, con l’obiettivo di dimostrare che l’olio di palma è “eccellente”, fa bene alla salute e non distrugge le foreste tropicali; la somma investita dovrebbe essere utilizzata per l’organizzazione di “incontri conviviali” con i top media, direttori e capiredattori di quotidiani e televisioni nonché giornalisti specializzati. Agli incontri dovrebbero partecipare nutrizionisti che diano credibilità ai messaggi soprattutto sul fronte della salute e nutrizione ed esperti nel campo della sostenibilità, disponibili ad agire come endorser dei messaggi verso i media e verso pubblici istituzionali, si chiede di sapere:

              se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

             come giudichino la suddetta iniziativa dell’associazione AIDEPI, a fronte delle evidenze scientifiche emerse negli ultimi mesi circa l’abuso di tale grasso alimentare e le sue conseguenze sulla salute, oltre che sull’ambiente;

             se non ritengano opportuno promuovere una campagna di sensibilizzazione per diffondere i valori di una sana alimentazione, con minor apporto di calorie e di grassi saturi, con il duplice obiettivo di contrastare il problema dell’obesità e del sovrappeso, nonché contribuire alla tutela delle aree boschive, al blocco della devastazione degli habitat naturali ed alla riduzione della biodiversità nei Paesi di importazione dell’olio di palma.

 

9 – Risoluzione in Commissione Agricoltura della Camera C7-00724, presentata lo 08.07.2015 da Dorina Bianchi (Area Popolare). Iter in corso.

Nella premessa alla risoluzione si fa presente che l’olio di palma è una materia prima di fondamentale importanza per l’industria italiana, in particolare per quella alimentare. L’olio di palma è la coltura di olio vegetale con il più alto rendimento: 11 volte superiore alla soia, 10 volte superiore al girasole e 7 volte maggiore della colza. L’olio di palma è quindi una risorsa fondamentale per rispondere al crescente fabbisogno di grassi della popolazione mondiale in rapido aumento, consentendo l’impiego di meno terra, meno pesticidi e meno acqua, preservando l’ambiente.

L’olio di palma è oggi al centro di una campagna mediatica e politica, oltre che diffamatoria che sta ingannando i consumatori con affermazioni che non hanno alcuna validità scientifica, sta creando difficoltà all’industria alimentare, in particolare al settore dolciario nazionale e, in generale, rischia di deteriorare i rapporti commerciali con i paesi produttori dell’olio di palma. Inoltre, tale campagna sta falsando la competitività nel settore alimentare, spingendo le imprese produttrici di alimenti a non utilizzare l’olio di palma, favorendo altre sostanze che potrebbero avere rese inferiori con effetti negativi per la salute dei consumatori.

L’olio di palma è un olio semi-solido, privo di acidi grassi trans che sono estremamente dannosi e possono aumentare il rischio di problemi cardiovascolari. Quando l’olio di palma è sostituito con altri oli vegetali, si ricorre spesso al processo dell’idrogenazione parziale, pericoloso per la salute. Oltre 150 studi scientifici internazionali hanno dimostrato che l’olio di palma non è associabile a patologie di tipo cardiovascolare né risulta che l’evidenza epidemiologica riporti un ruolo negativo degli acidi grassi saturi di per sé nella carcinogenesi.

Con l’approvazione del regolamento 1169/11, l’Unione europea ha introdotto una nuova normativa sull’etichettatura dei prodotti alimentari che obbliga a una maggiore specificità nell’indicazione degli ingredienti elencati e favorisce la libera scelta del consumatore.

Accostare, poi, l’olio di palma al fenomeno della deforestazione globale in modo indiscriminato rappresenta un danno sensibile alla reputazione di Paesi come la Malesia, il cui Governo si è impegnato in campo internazionale a preservare il 50 per cento della superficie nazionale sotto copertura forestale.

L’importazione e l’utilizzo di olio di palma in Italia forniscono un contributo al prodotto interno lordo di circa un miliardo di euro, 500 milioni sotto forma di gettito fiscale, e genera 14.600 posti di lavoro. Pertanto la presentatrice della risoluzione ritiene si debba impegnare il Governo ad avviare tutte le iniziative di competenza, di concerto con le regioni e le province autonome, per promuovere una corretta divulgazione scientifica sui contenuti nutrizionali dell’olio dipalma e al suo contributo per il mantenimento di maggiori aree forestali.

 

10 – Interrogazione a risposta in Commissione Affari sociali della Camera C5-05683, presentata lo 03.06.2015 da Chiara Gagnarli (M5S) e altri e rivolta ai Ministri della Salute e delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Ministro delegato a rispondere: il Ministro della Salute. Iter in corso

Nella premessa gli interroganti denunciano che l’olio di palma è un grasso vegetale tropicale contenuto in migliaia di prodotti alimentari. Molte imprese dell’agroalimentare abusano di questa materia prima, sia per il costo estremamente basso, sia per la sua versatilità nell’industria dolciaria. La sua produzione, tuttavia, è correlata alla rapina delle terre, alla deforestazione di aree del bosco, alla devastazione degli habitat naturali, operazioni che comportano gravi violazioni dei diritti umani, l’eliminazione della sovranità alimentare e la riduzione della biodiversità.

L’assunzione giornaliera di dosi elevate di questo ingrediente è dannosa per la salute a causa della presenza dei grassi saturi, tanto più che l’olio di palma si trova nella maggior parte degli alimenti trasformati più consumati dai giovani.

Il fatto alimentare” ha lanciato una petizione, per dire “no” all’olio di palma per motivi etici, ambientali e di salute, e invitare le aziende a sostituirlo con altri oli vegetali non idrogenati o burro. Altre due aziende (Misura e Gentilini) si sono affiancate ad Alce Nero (marchio di oltre mille agricoltori e apicoltori biologici) dicendo no all’olio di palma, mentre già quindici catene di supermercati hanno iniziato il processo di riduzione e sostituzione del grasso tropicale, alcune delle quali hanno già sugli scaffali i primi biscotti e prodotti “palmafree”, mentre altre hanno avviato il progetto e dovrebbero rendere concreto il cambiamento entro la fine dell’anno [2015].

Tuttavia il 12 maggio 2015 la Camera non ha approvato l’impegno contenuto nella mozione Gagnarli n. C1-00836 volto a escludere dagli appalti delle mense pubbliche d’istituti scolastici, ospedali e aziende pubbliche, e dei distributori automatici in essi collocati, le ditte fornitrici di prodotti a base di olio dipalma.

L’industria alimentare ha sempre nascosto la presenza di olio di palma nei prodotti, tanto da non essere indicato in etichetta, sulla quale compariva sotto la generica dicitura di “grassi vegetali” fino al 13 dicembre 2014, quando per effetto del nuovo regolamento Unione europea n. 1169/2011 è stato introdotto l’obbligo di specificazione in etichetta del tipo di grasso vegetale (olio di palma, olio di cocco, grassi idrogenati, e altro).

Da un articolo de Il fatto alimentare si apprende che l’AIDEPI, l’Associazione delle industrie del dolce e della pasta, sta lavorando a un progetto chiamato “Piano di comunicazione sul problema dell’olio di palma” che prevede un investimento di 55 mila euro per fare attività di lobbying verso direttori di giornali e tv, con l’obiettivo di dimostrare che l’olio di palma è “eccellente”, fa bene alla salute e non distrugge le foreste tropicali. La somma investita dovrebbe essere utilizzata per organizzazione d’incontri conviviali con i top media, direttori e capiredattori di quotidiani e televisioni e giornalisti specializzati. Agli incontri dovrebbero partecipare nutrizionisti che diano credibilità ai messaggi soprattutto sul fronte della salute e nutrizione ed esperti nel campo della sostenibilità, disponibili ad agire come endorser dei messaggi verso i media e verso pubblici istituzionali.

Appare non condivisibile l’iniziativa dell’AIDEPI, a fronte delle evidenze scientifiche circa l’abuso di questo grasso alimentare e le sue conseguenze sulla salute, oltre che sull’ambiente.

Ciò premesso si chiede al Governo se non ritenga opportuno promuovere una campagna di sensibilizzazione, per diffondere i valori di una sana alimentazione, con minor apporto di calorie e di acidi grassi saturi, con il duplice obiettivo di contrastare il problema dell’obesità e del sovrappeso e contribuire al tempo stesso alla tutela delle aree boschive, al blocco della devastazione degli habitat naturali e alla riduzione della biodiversità nei Paesi d’importazione dell’olio di palma.

 

11 – Mozione n. S1-00423 presentata al Senato lo 03.06.2015 e proposta da Carlo Martelli (M5S) e altri. Iter in corso.

I presentatori della mozione premettono che l’utilizzo dell’olio di palma, favorito dai bassi costi di produzione che lo rendono uno degli oli vegetali e alimentari più economici sul mercato, è pari a 27 milioni di tonnellate.

Per la sua economicità, per l’assenza di sapore e per la grande produttività per ettaro coltivato, la richiesta di olio di palma, per finalità alimentari ed energetiche, comporta la diffusione della coltivazione di palme da olio anche al di fuori dei confini del sud-est asiatico, minacciando importanti ecosistemi (Costa d’Avorio, Uganda, Camerun).

Con l’entrata in vigore del regolamento comunitario 1169/2011 è necessario indicare, nelle etichette degli alimenti prodotti in U. E. l’origine vegetale specifica di oli e grassi.

Ricerche statunitensi ed europee confermano lo studio dell’OMS, secondo cui i principali acidi grassi comporterebbero un aumento del livello di colesterolo nel sangue, favorendo malattie cardiovascolari. Altro studio accreditato ha stabilito che il palmitato, acido grasso presente anche nell’olio di palma, attiva la proteina “p66shc”, principale responsabile della morte delle cellule che producono l’insulina, causando il diabete mellito.

Inoltre per favorire la diffusione delle piantagioni di palma da olio, nei principali Paesi produttori si procede al disboscamento d’intere foreste pluviali. Oltre ai rapporti FAO (distruzione d’intere foreste pluviali), l’EPA (Environmental Protection Agency) ha escluso il biodiesel da olio di palma dai combustibili ecologici.

In conformità a dette valutazioni s’intende impegnare il Governo

a escludere l’energia elettrica prodotta mediante olio di palma dalla categoria “fer”;

a vietare l’utilizzo dell’olio di palma come carburante puro o diluito per qualunque veicolo;

a vietare l’utilizzo di olio di palma per la produzione di energia elettrica;

a prevedere un’etichettatura addizionale per i prodotti alimentari che indichi chiaramente la presenza di olio di palma o di palmisto nelle preparazioni alimentari;

a imporre agli esercizi commerciali di cibi d’asporto e non un’adeguata e visibile segnaletica indicante l’utilizzo di olio di palma o palmisto nelle preparazioni;

a vietare l’utilizzo di olio di palma o palmisto a fini alimentari o cosmetici;

a prevenire, con opportuni strumenti normativi la sostituzione dell’olio di palma con oli che non siano nocivi per la salute umana e per l’ambiente.

 

12 – Mozione C1-00836 presentata il 24.04.2015 da Chiara Gagnarli (M5) e altri. Iter concluso il 12.05.2015. Votato per parti separate. In parte approvato in parte respinto.

I presentatori della mozione premettono che l’obesità, in progressivo aumento, rappresenta il più comune disordine nutrizionale nel mondo occidentale. I bambini in sovrappeso o obesi, tra 0 e 5 anni, censiti a livello mondiale dall’OMG, sono aumentati dai 31 milioni del 1990 ai 44 milioni nel 2012, con tendenza all’aumento.

La dieta non sana è uno dei principali fattori di rischio per le malattie non trasmissibili, come l’obesità, ed i rischi presentati da una cattiva alimentazione iniziano già durante l’infanzia, accumulandosi poi nel corso della vita. Il percorso per combattere il sovrappeso e l’obesità, in particolare quella infantile, per giungere ad uno stile di vita corretto, non può non passare attraverso l’educazione alimentare nella scuola.

Anche l’industria alimentare può svolgere un ruolo attivo nel contrastare l’insorgere dell’obesità, riducendo i grassi saturi, gli zuccheri ed i sali negli alimenti ed anche prevedendo un marketing responsabile, con un’attenzione particolare verso bambini e adolescenti.

In Italia non ci sono disposizioni specificamente rivolte alla regolamentazione della pubblicità di prodotti alimentari. Pertanto, si deve far riferimento alle normative comunitarie che definiscono principi, parametri minimi e disposizioni specifiche a tutela dei minori, come il divieto di inserire la pubblicità nei programmi di cartoni animati. In Italia, tuttavia, si sono riscontrati numerosi casi di violazione evidente di tali disposizioni comunitarie. Nel settore privato sono già stati compiuti dei passi in avanti verso la riduzione della commercializzazione di alimenti ad alto contenuto di grassi saturi, acidi grassi trans, zuccheri liberi e sali oltre, che di bevande non alcoliche ai bambini.

I grassi vegetali, contenuti negli snack e nei dolci, insieme a zuccheri, sodio, coloranti e conservanti, possono essere considerati tra i principali responsabili dell’obesità infantile; in particolare, una percentuale molto alta di questi prodotti è realizzata con olio di palma che contiene dal 45 al 55 per cento di grassi saturi a catena lunga, come l’acido palmitico, e favorisce l’aumento dei livelli di colesterolo.

Occorre intervenire a riguardo dei distributori automatici: è necessaria una regolamentazione più rigida, soprattutto nei luoghi frequentati da bambini, che punti a privilegiare prodotti naturali, di stagione e made in Italy, con obiettivi salutistici ma anche di formazione.

Bisogna, inoltre, considerare che il consumo di alimenti di origine animale è destinato a crescere, con implicazioni sulla salute, sulla spesa sanitaria, sull’ambiente e sulla sicurezza alimentare.

Premesso questo ed altro ancora la Camera impegna il Governo:

a proseguire le iniziative volte alla promozione presso le istituzioni scolastiche di stili di vita attivi attraverso il movimento e l’attività fisica quotidiana nonché di percorsi mirati all’educazione ad una alimentazione sana, corretta, sostenibile per l’ambiente e altresì a favorire la sensibilizzazione al corretto equilibrio tra consumo e rispetto del cibo per rendere il consumatore consapevole degli sprechi alimentari, di acqua, energia e dei loro impatti ambientali ed economico-sociali, ferma restando l’autonomia delle istituzioni scolastiche nella definizione dei piani dell’offerta formativa;

a prevedere l’applicazione, a livello nazionale, delle linee di indirizzo nazionale sulla ristorazione scolastica;

a valutare l’opportunità di introdurre norme più restrittive applicate al marketing alimentare rivolto ai bambini, comprese le pubblicità inserite all’interno di trasmissioni esclusivamente dedicate ai minori;

a promuovere accordi con l’industria alimentare nazionale volti a contrastare l’insorgere dell’obesità, attraverso la progressiva riduzione del contenuto di grassi saturi, acidi grassi trans, zuccheri liberi e sali negli alimenti, con particolare attenzione ai prodotti maggiormente consumati dai minori, e ad assumere eventuali iniziative, anche di carattere normativo, per limitare la vendita di gadget associata agli alimenti per colazione e merende dedicate specificamente ai più piccoli;

a favorire opportune iniziative per migliorare la chiarezza del sistema di etichettatura per i prodotti alimentari commercializzati in Italia contenenti grassi saturi, acidi grassi trans, zuccheri e sali liberi, specie per quelli consumati dai minori.

 

13 – Interrogazione a risposta scritta C4-08813 presentata alla Camera il 16.04.2015 da Adriano Zaccagnini e Serena Pellegrino (Sinistra Ecologia Libertà) e rivolta ai Ministri delle Politiche agricole alimentari e forestali, della Salute, dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Delegato a rispondere: il Ministro delle Politiche agricole. Iter in corso.

Nella premessa gli interroganti muovono dall’assunto che l’importazione di materie prime agroalimentari dell’Unione europea è largamente legata alla deforestazione illegale. Si stima che nel 2012 l’Unione europea abbia importato sei miliardi di euro di soia, carne bovina, olio dipalma e pellame, provenienti dalle attività agroalimentari nelle foreste tropicali disboscate illegalmente. Quasi un quarto del commercio mondiale totale di materie prime proviene da queste aree. La percentuale sul volume globale è del 27 per cento per la soia, del 18 per cento per l’olio di palma, del 15 per cento per la carne bovina e del 31 per cento per il pellame.

L’Italia, che importa materie prime per un miliardo di euro, è la maggior consumatrice di questi beni nell’Unione europea. I consumi dell’Unione europea distruggono l’ambiente e contribuiscono ai cambiamenti climatici. L’Unione potrebbe stimolare una riforma del diritto nei Paesi fornitori mettendo insieme i governi, le industrie e le associazioni della società civile interessate, non solo allo scopo di ridurre la deforestazione, ma anche per migliorare la governance e rafforzare i diritti di proprietà delle popolazioni indigene e locali.

In materia di deforestazione causata dal mercato dei prodotti importati è degno di menzione l’olio di palma. Le importazioni di olio di palma in Italia hanno raggiunto un record storico nel 2014, registrando un aumento del 19 per cento rispetto all’anno precedente. Un’invasione incomprensibile secondo COLDIRETTI poiché il nostro Paese è la patria dell’olio extravergine di oliva e della dieta mediterranea.

Quello di palma è l’olio vegetale più usato al mondo. L’aumento del suo utilizzo nel settore alimentare ha causato molti problemi ambientali. Negli ultimi anni, infatti, il numero e quindi l’estensione delle piantagioni è cresciuto in modo esponenziale, a tutto danno delle foreste tropicali. Questo fenomeno si è sviluppato soprattutto in Indonesia e Malesia che, insieme, esportano circa il 90 per cento di tutto l’olio di palma presente sul mercato globale.

Si tenga altresì presente che in tema di deforestazione è da rilevare, inoltre, che l’Unione europea nel suo Quinto piano di azione ambientale si era impegnata ad affrontare il tema della deforestazione tropicale connessa alla produzione, commercio e uso di prodotti forestali, e che la stessa Unione ha sottoscritto a settembre 2014 la New York Declaration on Forests, che tra l’altro, include misure che si riferiscono alla riforma ambientale delle filiere di prodotti agricoli quali palma da olio, soia e biofuel, per prevenire la deforestazione e tutelare i diritti dei popoli indigeni e delle comunità locali.

Riguardo a quanto sopra si chiede di sapere:

               se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti e quali azioni intendano intraprendere;

               se non reputino di attivarsi per una riforma del mercato globale in grado di tutelare sia l’ambiente sia l’economia delle popolazioni locali interessate dal fenomeno della deforestazione;

              se non reputino necessario attivarsi presso la Commissione e il Consiglio dell’Unione europea affinché sia sostenuta l’adozione di un piano di azione sulla deforestazione tropicale e delle foreste primarie e sul nesso con la produzione, l’importazione e il consumo di prodotti agricoli, quali palma da olio e soia, e di misure che assicurino la legalità di tali prodotti e il rispetto dei diritti dei popoli indigeni e delle comunità locali, in linea con gli standard in campo internazionale riconosciuti e le convenzioni internazionali sui diritti dei popoli indigeni e sui diritti umani;

              se, nel caso specifico dell’olio di palma i Ministri interrogati non intravedano un danno alla salute e non reputino di assumere iniziative per definire una normativa che non solo illustri ai cittadini le controindicazioni di tale prodotto, ma che sia in grado di limitarne l’utilizzo nel nostro Paese, considerato che l’olio di palma è coltivato in Paesi che consentono ancora l’impiego di sostanze che in Italia e in Europa sono vietate, in particolare per tutelare i bambini che possono essere i più esposti al cosiddetto “effetto accumulo” da pesticidi.

 

14 – Mozione C1-00776, presentata alla Camera lo 08.04.2015 e proposta da Adriano Zaccagnini (Sinistra Ecologia Libertà) e altri. Iter concluso. Discussione lo 08.04.2015 e ritiro dell’atto il 23.042015.

Nella mozione, la premessa valuta la situazione venutasi creare in Europa e negli altri Continenti per verificare l’ancora possibile realizzazione di un sistema alimentare e agricolo globale sostenibile, in grado di contrastare gli sprechi alimentari, la fame nel mondo, dai Paesi con economie più povere, alle malattie legate all’alimentazione di Paesi con economie più avanzate, tutelare le culture indigene e le realtà di agricoltura contadina e familiare e garantire cibo sano.

A tali fini i presentatori della mozione impegnavano il Governo:

          ad assumere il diritto al cibo come un diritto fondamentale, assumendo iniziative per il suo inserimento nella Carta costituzionale;

           ad adoperarsi affinché la Carta di Milano sancisca un “patto globale per il cibo” che sia una reale assunzione di responsabilità da parte degli Stati al fine di garantire il diritto a un cibo sano, sicuro, sufficiente e accessibile per tutti, prevedendo, in particolare, i seguenti impegni:  

a) adottare iniziative a favore dell’agricoltura familiare, riconoscendo, anche giuridicamente, al coltivatore il ruolo sociale e ambientale che svolge nel proprio territorio, in particolare nelle aree considerate marginali, montane e soggette a spopolamento;

b) favorire un modello di alimentazione che riduca gli sprechi alimentari e inutili scarti, promuovendo informazione e rendere responsabile nei consumi, sostenendo percorsi premiali affinché le mense scolastiche europee offrano cibo biologico e a chilometro zero agli studenti;

c) ostacolare il fenomeno del land grabbing, le cui vittime principali sono gli abitanti dei Paesi più poveri del pianeta, depauperati delle loro terre native e delle risorse per il proprio sostentamento, attraverso concessioni governative imposte o cessioni unilaterali in favore di grandi investitori e Governi stranieri, a scapito della sicurezza e della sovranità alimentare delle popolazioni locali che si vedono destinate solo una minima parte dei raccolti;

d) disincentivare, su scala globale, le agricolture industriali che basano la propria strategia produttiva sulle monoculture e sull’utilizzo massiccio di fitofarmaci che si sono rivelati nel tempo un modello di sviluppo insostenibile per il pianeta e per la tutela della biodiversità, delle foreste primarie e delle risorse idriche;

e) impedire su scala globale quelle agro-energie che ricorrono alla produzione della monocoltura agricola, valorizzando le nuove tecnologie che utilizzano gli scarti di lavorazione del processo produttivo dei beni di prima necessità, che, se non opportunamente valorizzati, si traducono in esternalità negative per l’ambiente e la società;

f) arginare il fenomeno del consumo di suolo, prevedendo che i suoli agricoli non possano cambiare la loro destinazione d’uso e/o essere impermeabilizzati, se non in casi eccezionali e d’interesse pubblico, mitigando il dissesto idrogeologico con l’implementazione di politiche occupazionali pubbliche per il ripristino dell’equilibrio ambientale e sistemico;

g) rafforzare la sicurezza alimentare globale, mantenendo inalterato il principio di precauzione e gli standard qualitativi e di sicurezza sui prodotti agroalimentari del mercato europeo, promuovendo su scala globale questi principi e non sottoscrivendo alcun trattato internazionale che preveda accordi al ribasso per il sistema agricolo e alimentare europeo o che possa prevedere il sistema degli arbitrati internazionali, lesivo dell’autonomia dei Governi e della stessa democrazia sociale;

h) promuovere l’adozione di un protocollo internazionale per la movimentazione delle merci agroalimentari e intensificare il sistema dei controlli riguardo alla movimentazione di prodotti agroalimentari da altri continenti, al fine di impedire la successiva contaminazione e l’introduzione di parassiti e malattie esotiche per le piante e gli animali autoctoni, in modo da salvaguardare le razze e le varietà vegetali locali;

i) sostenere il principio del libero scambio delle sementi, contrastando la diffusione delle sementi geneticamente modificate e ostacolando la brevettabilità delle sementi, che troppo spesso si traduce nel monopolio di alcune varietà da parte di grandi multinazionali del biotech, le quali limitano l’indipendenza degli agricoltori, impedendo a essi, di fatto, la riproduzione e la selezione delle varietà vegetali e delle razze animali;

l) adottare a livello globale un modello di allevamento, per terra e per mare, che sia rispettoso dell’ambiente ecologico e del benessere animale, in cui la mangimistica sia tracciabile, certificata e non lesiva dell’ecologia planetaria, ovvero che non amplifichi o addirittura sia causa dei processi di deforestazione, come oggi invece avviene per le coltivazioni che producono soia, mais e olio di palma, in particolare nelle zone delle foreste tropicali;

m) mettere in atto a livello globale ogni strategia di contrasto allo sfruttamento sessuale e della manodopera dei braccianti agricoli e ponendo attenzione alle condizioni di salute dei lavoratori nei luoghi di lavoro, con particolare sensibilità relativamente alle irrorazioni di fitofarmaci cui sono sottoposti senza le necessarie precauzioni, in un’ottica di cooperazione in grado di stilare una “Carta dei diritti universali dei braccianti” impegnati nel settore dell’agricoltura;

n) snellire le pratiche burocratiche nel settore agricolo al fine di renderle più sostenibili per chi fa agricoltura e facilitare la cooperazione fra i vari Stati, disciplinando il mercato globale agricolo in senso cooperativistico e mutualistico, soprattutto nel settore dello scambio delle merci.

 

15 – Interrogazione a risposta scritta C4-08460 presentata il 18.03.2015 da Nunzia de Girolamo (FI-Popolo della Libertà) ai Ministri della Salute e del Lavoro e delle politiche sociali. Iter concluso con la risposta del Ministro della Salute, pubblicata il 15.09.2015.

L’interrogante segnala e chiede delucidazioni in merito alla vicenda riguardante, nella città di Benevento, il comune e la società Ristorò che fornisce il servizio di mensa scolastica comunale.

Nel dicembre 2014 l’associazione Altrabenevento ha presentato in consiglio comunale una denuncia in cui si accusa la Ristorò di violazione di una serie di norme in materia igienica, di sicurezza sul lavoro, nonché le norme sulla cassa integrazione e sul capitolato d’appalto. È stata denunciata, altresì, la mancanza dei controlli sulla mensa scolastica da parte dell’ASL e del comune.

L’interrogante chiede ai Ministri in titolo quali iniziative intendano adottare, nell’ambito delle loro competenze, per verificare se esistano violazioni di norme in materia sanitaria e di sicurezza sul lavoro in relazione al servizio di mensa scolastica comunale della città di Benevento.

Nella risposta il Ministro della Salute fa, tra l’altro, riferimento alla situazione igienico sanitaria riscontrata. In particolare soggiunge che l’azienda sanitaria locale ha riferito di aver accertato che le patate somministrate dalla Ristorò, contenute in confezioni regolarmente etichettate, sono pre-fritte inolio di palma e surgelate all’origine dalla ditta produttrice, i bastoncini di pesce contengono additivi consentiti dalla normativa comunitaria per conferire colore alla panatura di rivestimento del merluzzo, così come la presenza di altri conservanti, esaltatori di sapidità e antiossidanti è risultata essere consentita dalla normativa europea anche per la prima infanzia.

 

16 – Risoluzione C7-00604 presentata in Commissione Agricoltura della Camera C7-00604, presentata da Colomba Mongiello (PD) ed altri il 18.02.2015. Iter in corso.

Nella premessa si richiamano le questioni problematiche che da alcuni anni si stanno manifestando in merito all’importazione e all’uso di olio di palma. L’olio di palma sta registrando una forte espansione negli usi energetici e agroalimentari soprattutto nei mercati europei, e in particolare in Italia, in ragione della sua elevata attitudine a fornire energia termica se destinato alla combustione o materie grasse ove impiegato nella produzione di alimenti.

È noto che gli alberi di palma dai cui frutti si estrae quest’olio sono coltivati essenzialmente in Indonesia e Malesia e di recente, proprio a causa dell’incremento di domanda di olio. L’introduzione della coltivazione professionale della palma da olio sta provocando irrimediabili danni all’ambiente forestale naturale, oltre che gravissime lesioni agli equilibri naturali e alla biodiversità dell’intera fascia tropicale del pianeta. Per incrementare le produzioni di olio, in queste regioni sono quotidianamente distrutte vaste superfici di secolari foreste tropicali per ricavare superfici di terreno dove impiantare le piantagioni di palma. Questo processo di disboscamento indiscriminato delle foreste tropicali è divenuta una vera emergenza.

A livello europeo la vicenda della sostenibilità delle produzioni vegetali oleose per usi energetici si è posta già dal 2009 in occasione dell’applicazione dei nuovi regimi in favore delle energie rinnovabili e del contrasto ai cambiamenti climatici. Con la direttiva 2009/28/CE è stato in tal senso introdotto il concetto di sostenibilità come condizione necessaria affinché biocarburanti, bioliquidi e biomasse possano accedere agli incentivi, ed essere conteggiati per il raggiungimento degli obiettivi nazionali obbligatori previsti dalla direttiva stessa.

I criteri di sostenibilità per i biocarburanti e i bioliquidi sono stati resi attuativi dal decreto ministeriale 23 gennaio 2012, che definisce il sistema nazionale di certificazione per biocarburanti e bioliquidi. Per accedere agli incentivi o per raggiungere il target di biocarburanti immessi annualmente al consumo, i bioliquidi e i biocarburanti utilizzati nell’Unione europea devono rispettare, nell’intera catena di approvvigionamento, i criteri di sostenibilità, che comprendono la coltivazione sostenibile delle materie prime e la protezione della biodiversità; la tracciabilità; la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.

Tali vincoli sono stati specificamente previsti dall’Unione europea in quanto il possibile aumento della domanda mondiale di biocarburanti e di bioliquidi e gli incentivi per il loro uso non devono provocare l’effetto di incoraggiare la distruzione di terreni ricchi di biodiversità. Infatti, tali risorse limitate, il cui valore per tutta l’umanità è stato riconosciuto in molti atti internazionali, devono essere preservate; inoltre, secondo le valutazioni dell’Unione europea, i consumatori dell’Unione avrebbero ritenuto moralmente inaccettabile che il maggiore uso di biocarburanti e di bioliquidi potesse sortire come potenziale effetto la distruzione di terreni ricchi di biodiversità. Per questi motivi, sono stati introdotti criteri di sostenibilità in grado di assicurare che i biocarburanti e i bioliquidi possano beneficiare d’incentivi soltanto quando vi sia la garanzia che non provengono da aree ricche di biodiversità oppure, nel caso di aree designate per scopi di protezione della natura o per la protezione di ecosistemi o specie rari, minacciati o in pericolo di estinzione, quando l’autorità competente dimostri che la produzione delle materie prime non interferisce con detti scopi.

Per quanto riguarda il regime degli incentivi per le fonti energetiche e le energie rinnovabili, l’ordinamento europeo esclude la possibilità di agevolare l’olio di palma ove la sua produzione contrasti con i principi di sostenibilità e quindi anche e soprattutto quando la realizzazione delle piantagioni di tali palme incida negativamente sulle originarie foreste primarie o sui terreni a elevata biodiversità. La vicenda degli impatti negativi della produzione dell’olio di palma sull’ambiente e sulla biodiversità trova ancora un fronte aperto per quanto riguarda il suo utilizzo da parte dell’industria alimentare.

L’olio di palma raffinato è largamente utilizzato in cucina, nella produzione mondiale di alimenti trasformati, nei saponi, nei detergenti e nei prodotti d’igiene personale. È anche largamente utilizzato nella fabbricazione di oggetti di metallo, plastica, gomma, in tessuti, vernici, carta e componenti elettronici. L’olio greggio è raffinato per produrre, tra l’altro, l’olio per frittura, ingredienti di margarine, componenti di materie grasse per la produzione di snack, grassi per pasticceria, cioccolato, dolciumi, gelateria e latte condensato.

Secondo un rapporto elaborato da Greenpeace, l’espansione delle piantagioni di palma da olio nelle foreste torbiere indonesiane sta generando anche condotte illecite da parte degli operatori interessati i quali oltre che a distruggere le foreste tropicali esistenti, incendiano la biomassa residua provocando notevoli quantità di emissioni. Oltre a questi impatti specifici sull’ambiente, le piantagioni di palma da olio ne producono anche altri diretti dovute alle pratiche agronomiche di tipo industriale come l’impiego di pesticidi e fertilizzanti che danneggiano anche le aree circostanti. Alcune specie animali ad alto rischio, tra cui l’orangutan, la tigre di Sumatra e il rinoceronte sono direttamente minacciati dall’espansione delle piantagioni delle palme da olio.

Nel comparto dell’industria alimentare non esiste ancora un regime di precauzione, di prevenzione e di sostenibilità che possa dissuadere l’impiego di tale olio ove dalle sue modalità di produzione si evincesse che le coltivazioni adottate comportino impatti negativi sull’ambiente e sulla conservazione della biodiversità.

L’opinione pubblica sta venendo via via sempre più a conoscenza di questo fenomeno e le vengono fornite informazioni e indicazioni per adottare iniziative consapevoli capaci di ostacolare l’acquisto dei prodotti alimentari che contengono come ingrediente anche l’olio di palma.

Il Fatto Alimentare e Great Italian Food Trade, partendo dagli esiti di un loro censimento dei biscotti, delle merendine, delle fette biscottate, degli snack e delle creme al cacao e nocciola che non contengono palma (ne sarebbero risultati privi solo circa 200 prodotti), hanno lanciato una petizione online su Change.org per fermare l’invasione dell’olio di palma nei prodotti alimentari.

Con tale petizione il promotore chiede al Ministero della salute e agli enti pubblici di disporre l’esclusione dalle pubbliche forniture di alimenti che contengano olio di palma e che questa clausola sia inserita in tutti i capitolati di appalto per l’approvvigionamento delle mense scolastiche, ospedaliere e aziendali, nonché dei distributori automatici collocati in scuole e pubblici edifici.

La stessa petizione chiede al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e agli altri Stati membri dell’Unione europea di aderire subito alle linee guida del CFS (Committee on World Food Security) – FAO, per una gestione responsabile delle terre, delle foreste e dei bacini idrici; ai supermercati di escludere dalle forniture dei prodotti con il loro marchio (private label) l’olio di palma; alle industrie agroalimentari di impegnarsi a riformulare i prodotti senza l’utilizzo di olio di palma, affinché il cibo made in Italy possa davvero distinguersi come buono e giusto.

Per le considerazioni svolte s’intende impegnare il Governo:

        ad adottare le occorrenti iniziative affinché, già nell’immediato si possa dare riscontro alle richieste avanzate dalla petizione promossa dal Fatto Alimentare e Great Italian Food Trade sul contrasto all’utilizzo dell’olio di palma ottenuto in maniera non sostenibile;

        ad attivarsi presso le competenti sedi dell’Unione europea affinché anche per il settore della produzione agroalimentare dell’Unione europea l’ordinamento europeo preveda misure di contrasto o di divieto all’utilizzo dell’olio di palma la cui produzione sia ottenuta secondo modalità non sostenibili o, ad ogni modo, sia causa d’impatti negativi sull’ambiente, sulla biodiversità e sulle risorse rare o a rischio di sopravvivenza.

 

17 – Risoluzione C7-00537, presentata in da Matteo Mantero (M5S) ed altri Commissioni riunite Agricoltura e Affari sociali della Camera il 28.11.2014 e modificata lo 05.03.2015.. Iter in corso,

Il regolamento comunitario ha introdotto una serie di nuove norme riguardanti l’etichettatura degli alimenti: in particolare l’obbligo di indicare in etichetta la tipologia di oli e grassi vegetali usati negli alimenti, senza ricorrere alla generica dicitura “oli e grassi vegetali”.

In Italia, tale obbligo in etichetta, è entrato in vigore dal 13 dicembre 2014: pertanto i consumatori italiani possono essere consapevoli del reale contenuto degli alimenti. La novità introdotta da questo regolamento risponde alla richiesta di chiarezza e trasparenza e da parte dei consumatori finali e di alcune aziende che distribuiscono e commercializzano i prodotti alimentari. Le quali aziende precisano la tipologia di “oli vegetali” in etichetta e quando usano l’olio di palma ne indicano la provenienza e l’eventuale produzione ecosostenibile. La quantità di olio di palma ecosostenibile non è però in grado di soddisfare la domanda: per questo molte industrie alimentari devono approvvigionarsi da paesi quali Malesia e Indonesia, dove l’olio è prodotto in coltivazioni di tipo intensivo.

L’olio di palma è molto richiesto nell’ambito alimentare per la sua versatilità ed economicità: ha, infatti, un’elevata resa per ettaro, ha una buona stabilità, resistenza alla cottura e non irrancidisce con caratteristiche simili al burro, tanto da essere il grasso principale di quasi tutte le merendine, i biscotti, gli snack dolci e salati, le creme in vendita nei supermercati. Questi cibi sono spesso consumati dalla fascia più giovane della popolazione, tanto che i nutrizionisti consigliano di limitarne l’assunzione, in particolare da parte dei bambini.

I grassi vegetali, contenuti negli snack e nei dolci, insieme a zuccheri, sodio, coloranti e conservanti, possono essere considerati tra i principali responsabili dell’obesità infantile. Una percentuale molto alta di questi prodotti è realizzata con olio di palma che contiene dal 45 al 55 per cento di grassi saturi a catena lunga come l’acido palmitico e favorisce l’aumento dei livelli di colesterolo. Il Fatto Alimentare ha promosso una petizione per sospendere l’utilizzo dell’olio di palma per motivi etici, ambientali e di salute.

Oltre alla salute, l’olio di palma incide anche sulla sostenibilità ambientale: diverse organizzazioni non governative hanno denunciato la deforestazione e il conseguente rischio di estinzione di alcune specie animali e vegetali. Secondo alcune fonti, la sostituzione delle foreste con i palmeti rappresenterebbe il 4 per cento delle emissioni globali di gas serra ponendo Indonesia e Malesia, dopo Usa e Cina, nell’elenco delle nazioni responsabili dell’inquinamento globale.

In conformità a tali considerazioni i presentatori della risoluzione intendono impegnare il Governo:

            ad avviare tutte le iniziative di propria competenza di concerto con le regioni e le province autonome per prevedere l’esclusione dagli appalti delle mense pubbliche d’istituti scolastici, ospedali e aziende pubbliche, nonché dei distributori automatici in essi collocati di ditte fornitrici di prodotti a base di olio di palma;

          a valutare l’opportunità di promuovere iniziative, anche normative, di sensibilizzazione e informazione, indirizzata oltre che ai cittadini anche ai grandi distributori di prodotti alimentari che operano sul territorio nazionale, al fine di indurre questi ultimi a non utilizzare l’olio di palma nei prodotti distribuiti con il loro marchio (private label);

            ad aderire alle linee guida del Committee on World Food Security – FAO, per una gestione responsabile delle terre, delle foreste e dei bacini idrici;

             ad assumere iniziative per prevedere etichettature evidenti sulla facciata principale del prodotto in cui sia riportata la seguente dicitura: “Questo prodotto contiene oliodi palma”.

 

18 – Interrogazione a risposta scritta C4-06833, presentata il 13.11.2014 da Azzurra Pia Maria Cancelleri e Claudia Mannino (M5S) e rivolta al Ministri dell’Economia e delle finanze, dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, dello Sviluppo economico. Delegato a rispondere: il Ministro dell’Economia.

Dal 1965 il polo petrolchimico di Gela sovrasta la vita della cittadina siciliana, che inquina l’aria, l’acqua, la terra, il mare. Da fonti giornalistiche si apprendeva che lo stabilimento di Gela sarebbe diventato la Green Rafinery e della volontà dell’ENI di riconvertire gli stabilimenti di Gela per la trasformazione dell’olio di palma in biodiesel.

Le coltivazioni della palma da olio sono la prima causa di disboscamento delle foreste dell’Indonesia. Si potrebbe ricavare biodiesel dagli oli esausti, in pratica materia prima a costo zero e a chilometro zero, oppure si potrebbero coltivare in Sicilia tutti quei vegetali da cui si ricavano carburanti, come la canapa (biodiesel ed etanolo di canapa) o la colza. Si potrebbero sfruttare anche gli escrementi degli animali o il compost da cui ricavare metano, oltre che a usufruire in maniera più efficiente dell’energia solare e di quella eolica.

Ciò premesso le due parlamentari chiedono se i Ministri interrogati vista anche la percentuale che è in possesso dello Stato, non ritengano necessario intervenire per far sì che l’Eni trovi altre soluzioni per mantenere vivo lo stabilimento di Gela.

 

19 – Interrogazione a risposta orale S3-01143, presentata il 30.07.2014 da Nicoletta Favero (PD) e sottoscritta da altri tre senatori dei Gruppi PD, Per l’Italia e Per le Autonomie e rivolta ai Ministri dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello Sviluppo economico. Delegato a rispondere il Ministro dell’Ambiente. Iter in corso.

Si assiste a una contraddizione tra normativa italiana ed europea in merito all’utilizzo del grasso derivante dalle trasformazioni di sottoprodotti animali, finalizzato alla produzione di energia necessaria nel processo di trasformazione. Per facilitare un’applicazione omogenea sul territorio nazionale ed evitare distorsioni sul mercato, la Regione Piemonte ha inviato una richiesta di parere in merito a tale situazione al Ministero dell’ambiente.

L’eliminazione e il recupero dei sottoprodotti di origine animale e dei materiali derivanti dalle loro lavorazioni sono disciplinati dai regolamenti (CE) n. 1069/2009 e (UE) n. 142/2011. Alla luce della disciplina comunitaria e nazionale, l’utilizzo del grasso fuso non è da sottoporre alla disciplina dei rifiuti. Tuttavia, l’art. 293 del decreto legislativo n. 152 del 2006 individua come combustibili quelli indicati nell’allegato X alla parte V del medesimo decreto e il grasso fuso non è inserito nel suddetto allegato. Lo stesso articolo precisa, inoltre, che “è soggetta alla normativa vigente in materia di rifiuti la combustione di materiali e sostanze che non sono conformi all’Allegato X”.

La complessità e l’apparente contraddizione delle disposizioni esposte hanno come effetto che in alcune Regioni gli impianti di trasformazione dei sottoprodotti di origine animale che utilizzano grasso animale per alimentare gli impianti di trasformazione siano riconosciuti ai sensi del regolamento (CE) n. 1069/09 e autorizzati sotto l’aspetto delle emissioni, mentre in altre, come il Piemonte, vi sia il dubbio che il grasso fuso, non essendo contemplato nell’allegato X della parte V del decreto legislativo n. 152 del 2006, non possa essere considerato come combustibile, e quindi l’impianto di combustione sia da sottoporre alla disciplina dei rifiuti.

Tale diversa considerazione genera sperequazioni e violazioni di concorrenza all’interno del settore della produzione energetica industriale, che versa in stato di crisi poiché l’aumento dei prezzi dell’olio vegetale sui mercati internazionali (olio di palma) e nazionali (colza, girasole) ha provocato la chiusura di aziende che hanno dovuto fermare la produzione e porre in cassa integrazione la manodopera, dovendo comunque mantenere gli oneri relativi alle rate di leasing attraverso il quale sono stati acquistati gli impianti.

Pertanto in base a quanto premesso gli interroganti chiedono di sapere

               se il Governo intenda, al fine di facilitare un’applicazione omogenea sul territorio nazionale ed evitare divergenze nel settore della produzione energetica, adottare un chiarimento in merito alla normativa da applicare all’attività di utilizzo del grasso fuso, prodotto nell’impianto di trasformazione di sottoprodotti animali, e utilizzato nello stesso stabilimento per la produzione di energia necessaria al processo di trasformazione dei sottoprodotti animali;

              e se e quali atti di competenza il Governo intenda adottare per allineare la normativa ambientale nazionale al dettato comunitario e per concedere la possibilità di utilizzo su tutto il territorio nazionale dei grassi animali/sottoprodotti di origine animale quali combustibili per la produzione combinata di calore ed energia elettrica.

 

20 – Interrogazione a risposta in Commissione Attività produttive della Camera, presentata da Andrea Martella e Michele Mognato (PD) l’11.07.2014. Delegato a rispondere il Ministro dello Sviluppo economico. Iter concluso il 14.01.2015.

Gli interroganti chiedevano se e quali iniziative il Governo intendesse assumere per evitare la chiusura dei due impianti di Porto Marghera assicurando invece il proseguimento degli investimenti che erano stati annunciati e che assicuravano un futuro produttivo agli impianti di raffinazione anche attraverso politiche di riconversione e investimenti nella chimica verde.

Nella risposta si fa, tra l’altro, presente che il 24 dicembre 2014 l’ENI ha presentato al Ministero dello sviluppo economico, competente in materia di rilascio di autorizzazione per gli impianti definiti strategici, la domanda per l’autorizzazione a realizzare la seconda fase del “Green Refinery” che si prevede potrà essere completata entro la seconda metà dell’anno 2017, attraverso la realizzazione di un impianto di trattamento Olio di palmagrezzo (all’epoca alimentato con Olio dipalmaraffinato) e di un nuovo impianto idrogeno da metano da 35.000 Nm3/h., che porteranno la capacità a 50.000 t/mes.

 

21 – Interrogazione a risposta scritta C4-05154, presentata il 16.06.2014 proposta da Chiara Gagnarli (M5S) e altri rivolta ai Ministri della Salute, delle Politiche agricole alimentari e forestali. Delegato a rispondere: il Ministro della Salute. Iter in corso.

È consuetudine, per i grandi supermercati italiani, posizionare vicino alle casse stand con dolci, caramelle e snack, con lo scopo evidente di attirare l’attenzione dei bambini e portare a un acquisto basato più sull’impulso che sulla necessità. Associazioni di genitori, pediatri, dietologi, dietisti e nutrizionisti stanno portando avanti una campagna finalizzata a rimuovere questa consuetudine, specie considerando che i problemi di sovrappeso in Italia interessano il 30 per cento dei bambini.

In Inghilterra, la più grande catena di supermercati nazionale (la Tesco) annunciò, a seguito di un appello di diverse associazioni di cittadini e consumatori, che entro la fine del 2014 avrebbe eliminato snack e dolci dagli espositori posizionati vicino alle casse in tutti i negozi del proprio circuito, anche medi e piccoli. I grassi contenuti negli snack e nei dolci, insieme a zuccheri, sodio, coloranti e conservanti, possono essere considerati tra i principali responsabili dell’obesità infantile.

In particolare una percentuale molto alta di questi prodotti è realizzata con olio di palma che contiene dal 45 al 55 per cento di grassi saturi a catena lunga come l’acido palmitico e favorisce l’aumento dei livelli di colesterolo. È evidente che quella di non posizionare dolci e caramelle vicino alle casse dei negozi non sarà la soluzione del problema dell’obesità pediatrica in Italia, ma di certo sarebbe un’azione di contrasto alle cattive abitudini alimentari che lo Stato dovrebbe promuovere e condividere al fine di garantire il diritto alla salute dei cittadini.

Sulla scia di quanto avvenuto in Inghilterra, Il fatto alimentare ha lanciato una petizione per invitare le maggiori catene di supermercati presenti in Italia a seguire l’esempio inglese, petizione sottoscritta a metà giugno 2014 da oltre 12 mila persone e sostenuta dall’Unione nazionale dei consumatori.

Sulla base di queste premesse gli interroganti chiedono ai Ministri in epigrafe

          se non intendano promuovere iniziative per invitare i supermercati e negozi di prodotti alimentari presenti sul territorio nazionale ad adottare una politica più attenta alla salute dei consumatori, al fine di tutelarne la salute, specie nelle fasce di età più esposte al rischio

          e se intendano promuovere campagne per sensibilizzare i bambini e le loro famiglie all’acquisto consapevole dei prodotti alimentari cercando, in particolare, di disincentivare il consumo di snack e dolciumi confezionati, responsabili dell’obesità infantile.

 

22 – Interpellanza C2-00575 presentata il 12.06.2014, proposta da Adriano Zaccagnini (Sinistra, Ecologia, Libertà) e altri (Gruppo Misto) e rivolta ai Ministri delle Politiche agricole alimentari e forestali, dello Sviluppo economico, dell’Interno e degli Affari esteri. Delegato a rispondere il Ministro delle Politiche agricole. Iter in corso.

Gli interpellanti richiamano all’attenzione dei Ministri in indirizzo il “land grabbing” fenomeno che assume dimensioni sempre più planetarie, dove vittime principali sono gli abitanti dei paesi più poveri del mondo, che sono depauperati del loro sostentamento, a favore delle nazioni più ricche.

Protagonisti del land grabbing sono sia gli Stati sia le imprese, soprattutto del settore privato. Gli Stati forniscono il sostegno politico e operano sul piano diplomatico per facilitare gli accordi, ma sono le imprese a condurre i progetti. Tra gli “Arraffa Terre” ci sono anche imprese italiane, che sono tra le più attive su questo fronte.

Imprese che si stanno accaparrando terreni agricoli su scala globale: da Eni a Maccaferri, da Benetton a Generali fino ai tre big del credito (Unicredit, Intesa e Monte dei Paschi di Siena). Imprese che portano l’Italia al secondo posto tra i Paesi Europei più attivi negli investimenti su terra all’estero, seconda solamente all’Inghilterra.

In totale sono una ventina le compagnie italiane attive in questo business: dalla Patagonia (dov’è presente Benetton) a tante imprese in Africa, in particolare in Mozambico, Etiopia e Senegal, dove si acquisiscono terre a poco prezzo e per periodi molto lunghi. L’affare è consistente, si tratta di centinaia di migliaia di ettari in Paesi afflitti da siccità e fame, che svendono, quindi facilmente, per impiantare colture intensive, con lo scopo di produrre cibo per l’esportazione o per coltivare olio di palma.

In ordine a quanto sopra gli interpellanti chiedono di sapere quali azioni i Ministri interrogati intendano di intraprendere.

 

23 – Risoluzione conclusiva C8-00021, presentata in Commissione Ambiente della Camera il 21.11.2013 e proposta da Raffaella Mariani (PD) e altri appartenenti ai Gruppi PD, Sinistra – Ecologia – Libertà e Scelta civica per l’Italia. Ulteriore nuova formulazione approvata dalla Commissione alla data indicata.

Nel dibattito in Commissione emerse l’opportunità che nel dialogo con il Governo, si giungesse in tempi rapidi alla definizione di un indirizzo chiaro in materia, per consentire a quest’ultimo, prima della chiusura del negoziato all’epoca in corso in sede europea per la revisione della normativa in materia di biocarburanti, di esprimere una posizione in linea con quelle degli altri Paesi europei maggiormente orientati alla tutela dell’ambiente e delle produzioni agricole di qualità.

Al termine del dibattito fu approvata la risoluzione in titolo come risultante al termine dell’esame, nel corso del quale emerse, tra l’altro che la politica europea sui biocarburanti stava contribuendo all’aumento dei prezzi alimentari: a fine 2013 il 16 per cento della produzione globale di colza, soia, girasoli e olio di palma era utilizzata per produrre una quantità di biodiesel rappresentante circa l’80 per cento del consumo di biocarburanti nell’Unione europea. Peraltro dall’analisi delle emissioni dirette e di quelle indirette emerge che l’olio di palma, di soia e di colza, da cui si ricava biodiesel hanno un bilancio di emissioni peggiore dei combustibili fossili.

 

24 – Risoluzione C7-00133 in Commissione Ambiente della Camera, presentata da Raffaella Mariani (PD) e altri parlamentari dei Gruppi PD e Sinistra Ecologia Libertà, nell’ulteriore nuova formulazione di cui al testo C8-00021 approvato al termine del dibattito.

Il testo approvato dalla Commissione Ambiente nelle premesse fa riferimento a un recente studio condotto dall’IFRI (International Food Policy Research Institute) commissionato dalla stessa Commissione europea e considerato dall’ICCT (International Council on Clean Trasportation) il miglior studio attualmente in circolazione, ha calcolato il livello di emissioni indirette per le principali materie prime utilizzate per produrre biocarburanti.

Aggiungendo alle emissioni dirette quelle indirette emerge che l’olio di palma, di soia e di colza, da cui si ricava biodiesel hanno un bilancio di emissioni peggiore dei combustibili fossili.

La Commissione ha inteso fornire indicazioni utili al Governo in vista del negoziato allora in corso in sede europea per la revisione della normativa in materia di biocarburanti, per consentire all’Esecutivo di esprimere una posizione in linea con quelle degli altri Paesi europei maggiormente orientati alla tutela dell’ambiente e delle produzioni agricole di qualità.

 

25 – Interrogazione a risposta orale C3-00255 presentata alla Camera lo 02.08.2013, proposta da Cosimo Latronico (Conservatori e Riformisti) e rivolta ai Ministri dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e della Salute. Delegato a rispondere: il Ministro dell’Ambiente. Iter in corso.

Da anni i cittadini di Pisticci (MT) lamentano lo stato di disagio e d’invivibilità, dovuta alla persistente presenza di miasmi che spesso provocano malesseri nelle popolazioni costrette a convivere con tali emissioni. Gli odori nauseabondi provengono dalla Tecnoparco Valbasento che si occupa di smaltimento e trattamento di rifiuti industriali e speciali e produce energia utilizzando una centrale a olio di palma.

L’interrogante chiede ai Ministri competenti se riguardo a tale vicenda non ritengano opportuno assumere iniziative ai fini della verifica del rispetto delle normative ambientali e di tutela della salute pubblica anche per il tramite del comando dei Carabinieri per la tutela dell’ambiente.

 

26 – Mozione C1-00096 presentata alla Camera il 13.06.2013 e proposta da Albero Zolezzi (M5S) e altri. Iter in corso.

L’Unione europea è orientata a realizzare la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, la riduzione dei costi dell’energia, la riduzione dell’emissione di gas clima-alteranti con finalità di tutela ambientale, il miglioramento della competitività dell’industria manifatturiera, lo sviluppo sostenibile e la promozione di filiere tecnologiche innovative.

La giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 364 del 2006 e n. 88 del 2009) ha evidenziato come la promozione delle fonti energetiche rinnovabili è finalizzata alla protezione dell’ambiente e allo sviluppo sostenibile”. La sentenza della stessa Corte n. 124 del 2010 ha, infine, ribadito il legame tra produzione di energia da fonti rinnovabili e il rispetto degli impegni internazionali ed europei assunti dall’Italia in relazione alla tutela dell’ambiente.

In particolare risulta che gli impianti che utilizzano biomasse legnose spesso impiegano materia prima proveniente dall’estero, ricadendo nella spirale della dipendenza da altri Stati e incrementando i costi economici e ambientali legati al trasporto e alla gestione della materia prima. Le medesime criticità emergono a riguardo degli impianti che utilizzano olio di palma o di colza.

Gli impatti ambientali sono aggravati da preesistenti problematiche (sforamento dei limiti delle polveri sottili oltre trentacinque giorni l’anno, desertificazione) e sono inaccettabili in realtà, dove la produzione energetica supera di molte volte i consumi.

Per queste e altre considerazioni e valutazione i presentatori della mozione impegnano, tra l’altro il Governo a intervenire con le opportune iniziative normative e amministrative affinché, quale espressione di principi fondamentali dello Stato, siano emanate nuove “Linee guida per lo svolgimento del procedimento di autorizzazione per i nuovi impianti alimentati da fonti rinnovabili” e sia disposta la parziale o totale modifica del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 di attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili, con l’obiettivo di prevedere che non siano realizzati impianti a biogas o biomasse di qualsiasi potenza nei comuni dove già ne sussistano, che gli impianti autorizzati abbiano una potenza massima 0.1 mega watt, che siano utilizzati reflui per oltre il 90 per cento, che sia garantito il monitoraggio precedente e successivo alla realizzazione degli impianti sia della qualità dell’aria nel raggio di tre chilometri (a varie distanze) dall’impianto, sia della qualità dei suoli alla luce della potenziale presenza di contaminanti chimici e biologici, sia della qualità dell’acqua di falda attraverso il rispetto della distanza minima di 2.5 chilometri dai centri abitati e che siano autorizzati impianti solo in aree dove un ipotetico piano energetico locale individui necessità energetiche locali non soddisfatte da altre fonti rinnovabili meno impattanti.

Bruno Nobile

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