Stabilimenti alternativi in etichetta dei salumi? Risponde l’avvocato Dario Dongo

Buongiorno avvocato Dongo,

Le accludo l’etichetta di un salame piccante preaffettato a marchio ALDI. Sono riportate tre sedi alternative di produzione, di cui due nel Parmense e uno in provincia di Salerno, ciascuna con una lettera. Per capire da quale parte d’Italia proviene il prodotto bisogna guardare la lettera stampigliata accanto alla data “da consumarsi entro”. Non c’è invece modo di capire da dove proviene la carne. È una modalità di etichettatura che può ritenersi corretta?

Grazie,

Silvia


Risponde l’Avvocato Dario Dongo, Ph.D in diritto alimentare europeo

Cara Silvia buongiorno,

l’etichetta in esame presenta in effetti alcune gravi non-conformità.

Sede dello stabilimento ‘a punti’

Il governo Gentiloni ha emanato un decreto illegittimo – per manifesta violazione del Trattato UE, come già statuito dal Tribunale Civile di Roma (1) – volto a (re)introdurre l’obbligo di indicare la sede dello stabilimento (di produzione o confezionamento) sulle etichette di tutti i prodotti alimentari realizzati (o confezionati) e venduti in Italia.

Il decreto inapplicabile (d.lgs. 145/2017), tra l’altro:

– escludeva l’indicazione della sede dello stabilimento sulle etichette dei prodotti soggetti all’obbligo di bollo sanitario o marchio di identificazione (prescritti, rispettivamente, sulle carni fresche e tutti gli altri prodotti di origine animale, soggetti al reg. CE 853/04, c.d. Igiene 2),

– contemplava la possibilità di riferire su una stessa etichetta le sedi di piu stabilimenti, identificati attraverso numeri o lettere, per consentire l’utilizzo degli stessi materiali di confezionamento. Con obbligo di precisare sull’etichetta il numero o codice del singolo stabilimento (mediante stampigliatura, generalmente posta accanto al codice di lotto).

L’indicazione della sede dello stabilimento si qualifica in ogni caso come informazione volontaria in etichetta. Ed è ammissibile, ai sensi del Food Information Regulation (reg. UE 1169/11), nel rispetto di due condizioni:

– l’informazione dev’essere chiara, non ambigua. E non deve indurre il consumatore in errore circa l’effettiva origine o provenienza del prodotto alimentare (articoli 36, 7.1.a),

– l’eventuale non coincidenza dell’origine o provenienza dell’ingrediente primario, rispetto all’origine del prodotto così esposta, deve venire indicata con altrettanta evidenza. Nello stesso campo visivo, in caratteri di altezza pari almeno al 75% di quelli impiegati per indicare l’origine del prodotto. (2) Ai sensi del reg. UE 2018/775.

Marchio di identificazione

Il regolamento ‘Igiene 2’ (reg. CE 853/04) prescrive l’obbligo di apporre, sulle etichette di tutti i prodotti di origine animale, un bollo sanitario (qualora si tratti di carni fresche) o un marchio di identificazione (per tutti gli altri prodotti (3,4). Il codice adempie alla funzione essenziale di identificare in modo univoco l’impianto ove ha avuto luogo l’ultima fase di lavorazione. (5)

I prodotti di origine animale sono invero soggetti a un regime igienico-sanitario rigoroso, non comparabile con le norme di base stabilite per la generalità dei prodotti. Gli impianti sono soggetti a riconoscimento (o autorizzazione) da parte delle competenti autorità sanitarie, previa verifica ispettiva e documentale. Ed è proprio a seguito del riconoscimento che l’autorità sanitaria attribuisce a ogni stabilimento il suo codice distintivo.

Il marchio di identificazione deve quindi venire apposto su tutti prodotti a base di carne, salumi e insaccati – direttamente sul prodotto, ovvero su involucro o imballaggio – prima che il prodotto lasci lo stabilimento di produzione (ovvero l’ultimo impianto ove sono state eseguite lavorazioni. (5) Esso è composto di tre elementi:

1) nome del Paese ove è situato l’impianto. Mediante citazione estesa ovvero codice-Paese definito a livello ISO, o codice binario definito dalla norma in esame per i soli Stati membri UE (es. IT, ES, FR),

2) codice di riconoscimento attribuito dall’Autorità sanitaria veterinaria,

3) abbreviazione dell’Unione europea (con la pur superata sigla CE).

‘Il marchio dev’essere leggibile e indelebile e i caratteri devono essere facilmente decifrabili; dev’essere chiaramente esposto in modo da poter essere controllato dalle autorità competenti.’ (reg. CE 853/04, Allegato II Sezione I, paragrafo B, punto 5)

È tassativamente esclusa la possibilità di indicare su una stessa etichetta più marchi di identificazione, come invece si osserva sull’etichetta del salume a marchio Aldi. Ed è facile dubitare, oltretutto, la leggibilità delle cifre riportate nei relativi ovali. Giova sottolineare come tale notizia abbia rilievo sanitario e sia essenziale per la gestione di eventuali rischi di sicurezza alimentare.

Origine e provenienza delle carni

La carne si qualifica sempre come ingrediente primario nei prodotti a base di carne. Ogni qualvolta essi vengano presentati come ‘italiani’ ma siano realizzati a partire da carni di animali che invece provengano dall’estero, se ne deve offrire comunicazione in etichetta. Come previsto dal regolamento (UE) n. 2018/775, in applicazione dall’1.4.20. Con le modalità che abbiamo precisato, per quanto specificamente attiene ai prodotti a base di carne, nel precedente articolo.

Denominazione dell’alimento

La denominazione dell’alimento merita infine una correzione. ‘Ventricina’ è infatti una denominazione usuale nelle poche regioni del Centro Italia (Abruzzo, Molise) di cui il prodotto è originario. Ma non è altrettanto nota e riconoscibile dal consumatore medio sul territorio nazionale, come invece altri salumi (es. Cacciatore DOP, Felino IGP, Milano, Finocchiona).

Si deve perciò aggiungere una denominazione descrittiva, salame piccante. Così semplice da venire dimenticata (come spesso accade anche sulle etichette di ‘vino’) eppure doverosa. Poiché il consumatore ha diritto a un’informazione chiara e inequivoca, senza venire costretto a un’intuizione che potrebbe talora risultare fallace.

Conclusioni

La nostra squadra è a disposizione anche degli operatori della GDO per rivedere le etichette dei prodotti da essi commercializzati, a marchi propri e non. Ricordando le responsabilità primarie che su di essi incombono e i rischi di una gestione approssimativa di un ambito delicato quale l’informazione al consumatore. (6)

Per approfondimenti si fa richiamo ai nostri ebook:

1169 pene. Reg. UE 1169/11. Notizie sui cibi, controlli e sanzioni,

Sicurezza alimentare. Regole cogenti e norme volontarie.

Cordialmente

Dario

Note

(1) Sulla inapplicabilità del d.lgs. 145/17 si veda il precedente articolo

(2) Reg. UE 2018/775, articolo 3 (Presentazione delle informazioni), comma 2. L’altezza minima dei caratteri deve in ogni caso rispondere ai requisiti previsti dal reg. UE 1169/11, Allegato IV
(3) Reg. CE 854/04, articolo 5.2 e Allegato I, Sezione I, Capo 3
(4) Reg. CE 853/04, Allegato II, Sezione I.
(5) Idem c.s., Parte A, punti 1 e 2. V. precedente articolo https://foodagriculturerequirements.com/archivio-notizie/domande-e-risposte/marchio-identificazione-risponde-l-avvocato-dario-dongo
(6) Sulla responsabilità del distributore si vedano i precedenti articoli https://www.greatitalianfoodtrade.it/etichette/le-responsabilità-della-gdo, https://www.greatitalianfoodtrade.it/etichette/responsabilità-del-distributore-approfondimenti, https://www.greatitalianfoodtrade.it/idee/responsabilità-amministrativa-d-impresa-nella-filiera-alimentare